Torna all'indice

La vita alla radice dell’economia

Avvertire nelle nostre vite il disagio generato dal disordine intrinseco all’ordine capitalistico del mondo non è così scontato né frequente: non solo tra coloro che ne godono i privilegi ma anche tra le vittime e gli scarti di questo ordine. Non capita spesso che questi ultimasi rendano conto dello stato di servitù in cui sono costretti a vivere né che riescano ad esprimere autentici desideri di libertà. La ragione di questo è, secondo me, perché manca l’esperienza o il ricordo di un altro ordine possibile, è perché si considera il mondo, così com’è, nell’ordine naturale delle cose.
Per un uomo, dice un mio amico ed io convengo, accorgersi della trama di relazioni che dà senso e consistenza alla nostra vita e dentro la quale sia possibile scoprire un altro ordine del mondo è una conquista, un percorso, raramente un’illuminazione improvvisa. E, sempre, dietro a questo accorgersi, c’è l’indicazione, l’invito di una donna.
Finchè questa consapevolezza non c’è l’ordine capitalistico e patriarcale del mondo sembra un fatto di natura al quale non si può sfuggire. Non è questa consapevolezza ad avviarci alla relazione ma è attraverso di essa che noi scopriamo di essere sempre stati in relazione, di dipendenza, di scambio, di autorevolezza. E’ attraverso di essa che scopriamo di essere una parte, di essere creature. E ciò sovverte alla base l’ordine capitalistico, che riduce i rapporti umani a rapporti di asservimento.
L’economia capitalistica è tutta dentro questa semplificazione. Anche quando la ricchezza si origina dal lavoro e dalla creatività, come nei pochi casi di buon capitalismo, spesso si dimentica quanto il processo creativo si nutra di pensieri dislocati e diffusi. Così chi ha la fortuna di trovarsi nel punto di condensazione del processo si affretta ad imporre il diritto d’autore. Per potersi sviluppare l’economia capitalistica deve oscurare le relazioni vive che gli essere umani intessono tra di loro, deve togliere agli oggetti dello scambio quell’unicità, quel potere soggettivo, quel “mana” che dà agli autori dello scambio il sentimento del loro legame. Non conosciamo chi ha prodotto la merce che acquistiamo né chi comprerà quella che noi produciamo. Ormai sono scomparse anche le commesse a cercar di mediare tra gli uni e gli altri. Le uniche mediazioni che restano sono i soldi e le istruzioni per l’uso. Anche i lavori che richiedono un’alta competenza relazionale e che per questo sono svolti soprattutto dalle donne stanno scivolando sempre di più sul versante delle procedure, tempi, metodi, a causa dei costi crescenti dell’assistenza agli anziani e quindi degli alti carichi di lavoro.
Mi impressiona sempre di più come il capitalismo sappia occupare gli spazi delle relazioni trasformandoli in business. La cura degli anziani, ma anche l’educazione dei figli spesso si riduce a business. L’ultima che ho sentito: una madre che, evidentemente, non ha tempo di seguire il figlio svogliato nei compiti, pretende che la bibliotecaria faccia la ricerca al suo posto, tento lei è pagata.
La scuola, specie quella privata, e alcuni servizi sociali per minori, in molti casi, vanno a sostituire lo spazio di relazione tra genitori e figli imponendo una logica di prestazioni con relativi costi e ricavi.
Quando si arriva a questo punto in realtà c’è poco altro da fare. Un cucciolo d’uomo non può crescere bene senza aver sperimentato nei primi anni della sua vita una relazione non commerciale. Quando un minore arriva all’affidamento extrafamiliare o all’istituto sappiamo solo la cruda evidenza dei costi ma i ricavi dove sono? Forse si evita un male peggiore, forse si mette in pace la coscienza dei benpensanti? Ma in sostanza si tratta di gestire degli scarti umani.
Anche lo spazio dell’abitare è sempre più occupato da logiche mercantili. La casa ha costi proibitivi e ormai più nessuno riesce a costruirsela secondo i propri bisogni e desideri. Sempre di meno il progetto della casa che abitiamo è frutto della relazione col progettista. Oggi gli spazi sono standard come i loculi di un cimitero.
Le cooperative sociali, all’inizio, parevano adeguate a coprire quel vuoto di relazioni provocato dal processo economico capitalistico. Servizi innovativi alla persona, inserimento lavorativo, cura degli anziani, disabili, minori, tossici…attenzione alla relazione, rispetto delle soggettività, progetti individualizzati. Anche io ho respirato quel clima. Oggi ne dubito. I vincoli che i recenti sviluppi della globalizzazione sono tali e tanti che il più delle volte le cooperative fanno da toppa ai guasti del sistema e a volte addirittura ne coprono le vergogne.
I poveri li avrete sempre con voi, diceva Gesù Cristo. Io aggiungo che ne avremo sempre di più se non usciamo radicalmente dal sistema. Il compito a cui io mi sento chiamato non è quello di ridurre la povertà ma quello di ricostruire, o meglio ritessere quella trama di relazioni senza la quale o ci ammaliamo o cadiamo in miseria. Gli ammalati (mentali), i poveri, di cui anch’io mi occupo, prima di ammalarsi o di perdere il lavoro, anzitutto perdono le relazioni, o meglio si ammalano e perdono il lavoro perché sono poveri di relazioni. E noi li ascoltiamo pazientemente, cerchiamo di capire il loro dolore ma non possiamo colmare il vuoto di un’amicizia, o di un padre assente, con le risposte dell’istituzione, o del percorso riabilitativo.
Nella nostra cooperativa c’è un fiorire di iniziative volte ad alleviare il disagio e la povertà diffuse nel nostro territorio. A volerle appoggiare tutte uno dovrebbe trascurare la sua famiglia, sé stesso, e le relazioni per lui più vitali. Che senso ha rincorrere i business poveri dello stato sociale in via di smantellamento? Forse quello di far lavorare sul serio i dipendenti pubblici i fronte alla concorrenza dei privati? Certo per noi è quello dell’inserimento lavorativo dei disabili. Ma a quali costi personali riusciamo a far quadrare i bilanci?
La nuova frontiera dell’economia non è l’invenzione di nuovi prodotti o nuovi servizi ma accorgersi che non serve lavorare 12 ore al giorno per pagare la baby-sitter se la relazione con i miei figli mi sta a cuore, non serve fare vacanze costose in paesi lontani se il mio ambiente è sano e accogliente, non occorre fare i salti mortali nella gestione della quotidianità familiare se gli spazi che abito sono progettati per essere in parte anche condivisi (con i genitori non autosufficienti e la badante per es., con dei minori in affido per es., con dei vicini di casa su cui so di poter contare per es.), non serve svenarsi per la pensione integrativa se ho costruito relazioni non mercantili. Chi mi vuol bene si occuperà di me come io mi sono occupato di coloro a cui ho voluto bene.
Per questo io penso che le cooperative sociali devono dare più attenzione ai loro soci e socie (che sono in maggioranza) e proporre loro supporti ed iniziative che li/le aiutino a tessere le loro relazioni vitali, a sfuggire ai bisogni artificiali indotti dal sistema, a dar credito ai propri desideri.
Ogni socio, ogni socia della cooperativa dovrebbe essere pensato come uno snodo della rete di relazioni che crea comunità, che dà senso alla vita, che agisce il cambiamento in prima persona a partire appunto dai propri desideri e non invece come manovali al servizio di un progetto, per quanto nobile esso sia.
Certo, con i soldi bisogna anche farci i conti, ed il lavoro che c’è bisogna tenerselo caro, ma senza lasciare che ci occupi tutta la vita.

Castelfranco Veneto 10.05.07

Gianni Ferronato