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IL POSTO VUOTO DI DIO

Lettura a cura di Alessandra De Perini

Pubblicato con l’editore Marietti nel settembre 2006, Il posto vuoto di Dio racconta di un gruppo di dodici donne e tre uomini che per quattro anni si danno appuntamento a Spinea, una cittadina in provincia di Venezia, per parlare in modo non scontato, politico, vicino al vissuto di Dio, di bontà, di amore, parole oggi confinate nell’ambito esclusivo della religione, messe al bando ed estromesse dal regime normale delle relazioni.
Alla fine del testo, le donne e gli uomini che hanno partecipato alla ricerca, come i personaggi di un romanzo appassionante, si presentano alle lettrici e ai lettori. Lo fanno in modo originale, a volte divertente, estremamente sintetico, mai banale, esplicitando percorsi, scelte di vita e il punto in cui ognuna e ognuno si trova al presente. Tra loro ci sono legami affettivi e politici forti.
Marco Cazzaniga, laureato in filosofia, ex prete cattolico che vent’anni fa ha fatto una scelta di laicità e ora, andato in pensione, si dedica al volontariato umanitario e alla ricerca culturale e politica; Gabriella Cimarosto, sposata, con due figli, laureata in Storia, per quindici anni vigile urbano nel Comune di Venezia e ora bibliotecaria alla Biblioteca Comunale di Marghera, dove organizza iniziative e momenti di incontro e discussione aperti alla città; Elsa Confortin, sposata con due figli, diplomata infermiera, ha lavorato con il marito medico per alcuni anni in un ospedale in Africa, tornata nella sua città, a Castelfranco Veneto (TV), ha lasciato la professione per dedicarsi alla famiglia; Luisella Conti, sposata e madre di tre figlie e un figlio, insegnante da trent’anni, ora in aspettativa, attiva nella politica istituzionale del Comune di Mirano e della Provincia di Venezia; Livio Dal Corso, sposato con due figli, ha lavorato per più di vent’anni in cooperative agricole a indirizzo biologico, possiede una casa in campagna dove coltiva la terra con metodi biologici; Manuela Dal Soldà, sposata e madre di una figlia, passata da giovane dai gruppi parrocchiali a quelli femminili e femministi della sinistra extraparlamentare, poi partecipa alla ricerca di “Persona e comunità” con Marco Cazzaniga e dal 1988 collabora a varie iniziative promosse dall’associazione “Identità e Differenza”; Fabia Di Stasio, suora dorotea, consulente educativa; Gianni Ferronato, sposato e padre di due figli adolescenti, vive a Castelfranco Veneto e lavora in una cooperativa sociale con disabili psichici, ha una passione per la terra e l’ambiente; Luisa Muraro della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, da molti anni in rapporto con il gruppo che fa capo a Marco e Adriana; Adriana Sbrogiò, madre di due figlie e nonna di tre nipoti, ha lavorato come contabile, ha fondato insieme ad altre e altri l’associazione “Identità e Differenza”, da anni organizza incontri di riflessione ad Asolo, nella Casa delle suore dorotee sui grandi temi della politica; Tilde Silvestri, suora stimmatina dal 1983, lavora come insegnante elementare a Tor Bella Monaca, periferia sud-est di Roma, dove con la sua comunità e le donne e gli uomini di “Eutopia” promuove percorsi di autoformazione e di impegno solidale per la trasformazione del quartiere; Rosetta Stella, vive a Roma, laureata in Storia medievale, attiva nel femminismo romano, collabora con varie riviste e ha pubblicato tre libri con l’editore Marietti, si dedica alla ricerca sul modo di incrociare pensiero e pratica della differenza sessuale con le forme della spiritualità cristiana; Gelindo Tonon, dirigente d’azienda in pensione, sposato con due figli, già sindaco di Spinea, sempre attivo con la moglie in campo religioso, sociale, politico e culturale, legato al partito della Margherita, partecipa alla ricerca di “Identità e Differenza”; Marisa Trevisan, insegnante elementare, sposata e madre di un figlio, è una delle fondatrici dell’associazione “Identità e Differenza”, ha promosso insieme ad Adriana e altre percorsi di presa di coscienza rivolti alle donne della sua città; Carla Turola, impiegata amministrativa, dopo l’incontro con il pensiero della differenza diventa lettrice di Simone Weil e delle mistiche e da più di dieci anni si dedica allo studio e alla pittura delle sante icone; Natalina Zanatta, suora dorotea, laureata in materie letterarie, si è spostata dal suo istituto per vivere in una comunità con ragazzi che vengono dal mondo della droga, alcool, prostituzione, carcere e cerca con loro le misteriose vie dell’amore che risana e riabilita. Proclama che amare ed essere amati è l’unica grande impresa che rende felice l’esistenza e che tutto questo ha a che fare con Dio. Di sé dice di essere felice.
Queste donne e questi uomini, protagoniste e protagonisti di una storia straordinaria che si è svolta tra il 2002 e il 2005, hanno creato un luogo di comunicazione profonda e sincera tra loro, quattro o cinque incontri l’anno, dove hanno lasciato che la parola “Dio” prendesse a vivere nello scambio tra loro, accettando il rischio di dire cose ovvie o vecchie o incomprensibili, in cambio di un nuovo contatto con la dimensione del sacro. Hanno cercato Dio, senza allontanarsi da sé e lo hanno trovato in luoghi sempre diversi: chi nell’esperienza del bisogno e della sofferenza, chi nella gioia, chi nell’attesa, chi nello scambio vivo e reale con donne e uomini, chi nella maternità, chi nel desiderio profondo.
Le autrici e gli autori del libro suggeriscono alle lettrici e ai lettori di “fare società” con loro e lasciare che la parola Dio prenda a vivere non in conformità agli usi stabiliti o a certe aspettative, ma nello scambio fra parlanti.
Dove circola oggi la parola Dio? In contesti circoscritti perché la nostra è una cultura laica e pluralista, molto lontana ormai dalla civiltà religiosa pre - moderna. La parabola della nostra civiltà è finita con la “morte” di Dio che oggi è solo una parola dal significato scontato e debole, una parola che non ha corso, se non in contesti previsti.
Collocandoci oltre la sterile contrapposizione tra credenti e non credenti, potremo anche noi lettori e lettrici provare a liberare la parola Dio dagli usi che l’hanno spenta, resa vecchia o irritante o indifferente. Con il processo storico della “secolarizzazione” è avvenuto il disincanto rispetto alla comune certezza di un Dio giusto e buono.
Come si può allora dire Dio in modo nuovo? La questione non va posta come un problema da risolvere. C’è un parlarsi che va fuori dallo schema degli schieramenti politici e lascia il passaggio aperto al “di più”. Le parole infatti non sono mai solo parole e ci portano in prossimità di altro, permettendo a questo altro di toccarci.
Il Posto vuoto di Dio si pone sulla scia dell’insegnamento di Teresa Martin. Il magistero inascoltato di Teresa parla del venir meno di una fede comune. Con lei impariamo a condividere la perdita di Dio: “Non riesco più a credere, sono avvolta nella e dalla oscurità, sono seduta alla stessa tavola di chi non ha fede e mangio lo stesso pane, ma l’accetto e da questa tavola non mi allontanerò finché Dio non lo vorrà”. La scrittura di Teresa di Lisieux non va in chissà quali profondità o sublimità, si arresta nel punto oltre il quale non può andare. Subito, un attimo più in là, c’è l’altro. Il testo di Teresa fa capire questa prossimità dell’altro.
La domanda da cui il gruppo è partito è questa: “C’è Dio nella mia vita?”.
A questa domanda ne segue subito un’altra: “Che cosa ho messo al posto di Dio nella mia vita?”. Che cosa significa il “posto vuoto di Dio”? Tutto quello che in noi non ci basta, tutto quello che in noi è bisognoso. Dio non va a riempire i nostri posti vuoti. Nessun uomo, nessuna donna può stare al posto di Dio. Quel posto va lasciato vuoto: ci si può mettere in ascolto e in attesa e lasciare che altro accada.
A queste seguono poi altre domande ancora: “Sono davvero disposta/disposto a lasciare vuoto il posto di Dio?”; “Sono disposta/disposto a dire la verità?”. E ancora: “Dove trovo il senso libero della mia vita?”
Dio, la bontà, l’amore materno sono stati espulsi dall’ordine del Discorso. La civiltà si sta impoverendo sempre di più insieme alla lingua che parliamo.
Dio si trova nel cuore della condizione esistenziale. Di Dio o se ne può parlare ovunque o è meglio non parlarne mai, sostengono le autrici e gli autori del libro. O Dio sta nelle relazioni o non c’è posto per Dio su questa terra.
Occorre cercare le parole nel contesto in cui siamo in relazione con l’altro/l’altra per dire la perdita e al tempo stesso la ricerca e il continuo ritrovamento di quel posto vuoto che un tempo, e adesso ancora, apparteneva a Dio.

Alessandra De Perini

Mestre, Gennaio 2007