Pubblicato con l’editore Marietti nel settembre 2006, Il posto vuoto
di Dio racconta di un gruppo di dodici donne e tre uomini che per quattro anni
si danno appuntamento a Spinea, una cittadina in provincia di Venezia, per
parlare in modo non scontato, politico, vicino al vissuto di Dio, di bontà,
di amore, parole oggi confinate nell’ambito esclusivo della religione,
messe al bando ed estromesse dal regime normale delle relazioni.
Alla fine del testo, le donne e gli uomini che hanno partecipato alla ricerca,
come i personaggi di un romanzo appassionante, si presentano alle lettrici
e ai lettori. Lo fanno in modo originale, a volte divertente, estremamente
sintetico, mai banale, esplicitando percorsi, scelte di vita e il punto in
cui ognuna e ognuno si trova al presente. Tra loro ci sono legami affettivi
e politici forti.
Marco Cazzaniga, laureato in filosofia, ex prete cattolico che vent’anni
fa ha fatto una scelta di laicità e ora, andato in pensione, si dedica
al volontariato umanitario e alla ricerca culturale e politica; Gabriella
Cimarosto,
sposata, con due figli, laureata in Storia, per quindici anni vigile urbano
nel Comune di Venezia e ora bibliotecaria alla Biblioteca Comunale di Marghera,
dove organizza iniziative e momenti di incontro e discussione aperti alla città;
Elsa Confortin, sposata con due figli, diplomata infermiera, ha lavorato con
il marito medico per alcuni anni in un ospedale in Africa, tornata nella sua
città, a Castelfranco Veneto (TV), ha lasciato la professione per dedicarsi
alla famiglia; Luisella Conti, sposata e madre di tre figlie e un figlio, insegnante
da trent’anni, ora in aspettativa, attiva nella politica istituzionale
del Comune di Mirano e della Provincia di Venezia; Livio Dal Corso, sposato
con due figli, ha lavorato per più di vent’anni in cooperative
agricole a indirizzo biologico, possiede una casa in campagna dove coltiva
la terra con metodi biologici; Manuela Dal Soldà, sposata e madre di
una figlia, passata da giovane dai gruppi parrocchiali a quelli femminili e
femministi della sinistra extraparlamentare, poi partecipa alla ricerca di “Persona
e comunità” con Marco Cazzaniga e dal 1988 collabora a varie iniziative
promosse dall’associazione “Identità e Differenza”;
Fabia Di Stasio, suora dorotea, consulente educativa; Gianni
Ferronato, sposato
e padre di due figli adolescenti, vive a Castelfranco Veneto e lavora in una
cooperativa sociale con disabili psichici, ha una passione per la terra e l’ambiente;
Luisa Muraro della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica
Diotima dell’Università di Verona, da molti anni in rapporto con
il gruppo che fa capo a Marco e Adriana; Adriana Sbrogiò, madre di due
figlie e nonna di tre nipoti, ha lavorato come contabile, ha fondato insieme
ad altre e altri l’associazione “Identità e Differenza”,
da anni organizza incontri di riflessione ad Asolo, nella Casa delle suore
dorotee sui grandi temi della politica; Tilde Silvestri, suora stimmatina dal
1983, lavora come insegnante elementare a Tor Bella Monaca, periferia sud-est
di Roma, dove con la sua comunità e le donne e gli uomini di “Eutopia” promuove
percorsi di autoformazione e di impegno solidale per la trasformazione del
quartiere; Rosetta Stella, vive a Roma, laureata in Storia medievale, attiva
nel femminismo romano, collabora con varie riviste e ha pubblicato tre libri
con l’editore Marietti, si dedica alla ricerca sul modo di incrociare
pensiero e pratica della differenza sessuale con le forme della spiritualità cristiana;
Gelindo Tonon, dirigente d’azienda in pensione, sposato con due figli,
già sindaco di Spinea, sempre attivo con la moglie in campo religioso,
sociale, politico e culturale, legato al partito della Margherita, partecipa
alla ricerca di “Identità e Differenza”; Marisa Trevisan,
insegnante elementare, sposata e madre di un figlio, è una delle fondatrici
dell’associazione “Identità e Differenza”, ha promosso
insieme ad Adriana e altre percorsi di presa di coscienza rivolti alle donne
della sua città; Carla Turola, impiegata amministrativa, dopo l’incontro
con il pensiero della differenza diventa lettrice di Simone Weil e delle mistiche
e da più di dieci anni si dedica allo studio e alla pittura delle sante
icone; Natalina Zanatta, suora dorotea, laureata in materie letterarie, si è spostata
dal suo istituto per vivere in una comunità con ragazzi che vengono
dal mondo della droga, alcool, prostituzione, carcere e cerca con loro le misteriose
vie dell’amore che risana e riabilita. Proclama che amare ed essere amati è l’unica
grande impresa che rende felice l’esistenza e che tutto questo ha a che
fare con Dio. Di sé dice di essere felice.
Queste donne e questi uomini, protagoniste e protagonisti di una storia straordinaria
che si è svolta tra il 2002 e il 2005, hanno creato un luogo di comunicazione
profonda e sincera tra loro, quattro o cinque incontri l’anno, dove hanno
lasciato che la parola “Dio” prendesse a vivere nello scambio tra
loro, accettando il rischio di dire cose ovvie o vecchie o incomprensibili,
in cambio di un nuovo contatto con la dimensione del sacro. Hanno cercato Dio,
senza allontanarsi da sé e lo hanno trovato in luoghi sempre diversi:
chi nell’esperienza del bisogno e della sofferenza, chi nella gioia,
chi nell’attesa, chi nello scambio vivo e reale con donne e uomini, chi
nella maternità, chi nel desiderio profondo.
Le autrici e gli autori del libro suggeriscono alle lettrici e ai lettori di “fare
società” con loro e lasciare che la parola Dio prenda a vivere
non in conformità agli usi stabiliti o a certe aspettative, ma nello
scambio fra parlanti.
Dove circola oggi la parola Dio? In contesti circoscritti perché la
nostra è una cultura laica e pluralista, molto lontana ormai dalla civiltà religiosa
pre - moderna. La parabola della nostra civiltà è finita con
la “morte” di Dio che oggi è solo una parola dal significato
scontato e debole, una parola che non ha corso, se non in contesti previsti.
Collocandoci oltre la sterile contrapposizione tra credenti e non credenti,
potremo anche noi lettori e lettrici provare a liberare la parola Dio dagli
usi che l’hanno spenta, resa vecchia o irritante o indifferente. Con
il processo storico della “secolarizzazione” è avvenuto
il disincanto rispetto alla comune certezza di un Dio giusto e buono.
Come si può allora dire Dio in modo nuovo? La questione non va posta
come un problema da risolvere. C’è un parlarsi che va fuori dallo
schema degli schieramenti politici e lascia il passaggio aperto al “di
più”. Le parole infatti non sono mai solo parole e ci portano
in prossimità di altro, permettendo a questo altro di toccarci.
Il Posto vuoto di Dio si pone sulla scia dell’insegnamento di Teresa
Martin. Il magistero inascoltato di Teresa parla del venir meno di una fede
comune. Con lei impariamo a condividere la perdita di Dio: “Non riesco
più a credere, sono avvolta nella e dalla oscurità, sono seduta
alla stessa tavola di chi non ha fede e mangio lo stesso pane, ma l’accetto
e da questa tavola non mi allontanerò finché Dio non lo vorrà”.
La scrittura di Teresa di Lisieux non va in chissà quali profondità o
sublimità, si arresta nel punto oltre il quale non può andare.
Subito, un attimo più in là, c’è l’altro.
Il testo di Teresa fa capire questa prossimità dell’altro.
La domanda da cui il gruppo è partito è questa: “C’è Dio
nella mia vita?”.
A questa domanda ne segue subito un’altra: “Che cosa ho messo al
posto di Dio nella mia vita?”. Che cosa significa il “posto vuoto
di Dio”? Tutto quello che in noi non ci basta, tutto quello che in noi è bisognoso.
Dio non va a riempire i nostri posti vuoti. Nessun uomo, nessuna donna può stare
al posto di Dio. Quel posto va lasciato vuoto: ci si può mettere in
ascolto e in attesa e lasciare che altro accada.
A queste seguono poi altre domande ancora: “Sono davvero disposta/disposto
a lasciare vuoto il posto di Dio?”; “Sono disposta/disposto a dire
la verità?”. E ancora: “Dove trovo il senso libero della
mia vita?”
Dio, la bontà, l’amore materno sono stati espulsi dall’ordine
del Discorso. La civiltà si sta impoverendo sempre di più insieme
alla lingua che parliamo.
Dio si trova nel cuore della condizione esistenziale. Di Dio o se ne può parlare
ovunque o è meglio non parlarne mai, sostengono le autrici e gli autori
del libro. O Dio sta nelle relazioni o non c’è posto per Dio su
questa terra.
Occorre cercare le parole nel contesto in cui siamo in relazione con l’altro/l’altra
per dire la perdita e al tempo stesso la ricerca e il continuo ritrovamento
di quel posto vuoto che un tempo, e adesso ancora, apparteneva a Dio.
Alessandra De Perini
Mestre, Gennaio 2007