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IL POSTO VUOTO DI DIO

La parola Dio nella mia vita

Quando nel 2002 Sandra De Perini propose, a noi del gruppo che da alcuni anni è in relazione con lei, come base di discussione per il tema “Quale Dio dicono le donne”, la rilettura di una serie di articoli comparsi sulla rivista Via Dogana tra il 1991 e il 2000, io ne fui veramente felice perchè capii che qualcosa di nuovo e importante stava accadendo tra noi. Da allora, la riflessione tra Vicine di Casa su questo tema si è molto ampliata, attraverso tante conversazioni e letture, e oggi nel nostro gruppo circola liberamente la possibilità di nominare Dio, come parola e come pensiero. Lo testimonia l’entusiasmo per la recente lettura del libro Il posto vuoto di Dio (A cura di Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò, 2006, Casa Editrice Marietti, Genova-Milano), che ha indotto tutte noi a una riflessione ancora più approfondita. Io, come altre, mi sono impegnata a interrogare il senso che oggi la parola Dio ha nella mia vita, quale posto ha.
Ho bisogno di un inizio per riuscire a farlo in fedeltà a me stessa.
L’altra mattina la mia attenzione si è fermata, a pag. 140 del testo, su alcune parole che A. e L. richiamano, riflettendo sulla libertà per le tre suore del gruppo di apparire come coautrici del libro, per affermare che queste religiose cercano la libertà dalla subordinazione alla loro istituzione, governata da uomini, per la strada della fedeltà al loro carisma di donne consacrate a Dio. Queste le parole richiamate (di suor Natalina): “Personalmente sento che è buono che io continui questa ricerca che ho cominciato con voi: mi stimola e mi coinvolge, è un’esperienza che vivo in profondità e con tutta la mia umanità, interiormente la faccio dialogare con la realtà religiosa che vivo nella Chiesa cattolica, una realtà femminile con la quale ho dei vincoli e talvolta anche dei problemi, in un rapporto che ha un versante di complessità e non di sfida…….”. Fino a questo momento la mia lettura del libro si era accompagnata al desiderio ansioso, ma privo di orientamento, di trovare un inizio da cui far partire la mia riflessione sul posto che ha Dio nella mia interiorità e nella mia vita. La frase, producendo una improvvisa risonanza, mi ha indotto a iniziare proprio da qui.

Sono cresciuta a Venezia in un ambiente cattolico dove è stata notevole la presenza di religiose, per me e le mie sorelle, e di religiosi, per i miei fratelli. Ho frequentato le elementari dalle suore e le superiori nello stesso istituto delle Suore di Nevers dove mia madre, dopo il ginnasio, aveva perfezionato lo studio di alcune materie (come era d’uso a fine anni ’20 nelle famiglie della borghesia). In più, dall’infanzia all’adolescenza succedeva, specie d’estate, che io, con qualche sorella o fratello, passassi anche parte della vita extra-scolastica con le suore dell’Istituto Provinciale per l’Infanzia che mio padre dirigeva, a causa dello stato di salute di mia madre. Credo sia questa la ragione per cui ho deciso di iniziare da qui perché, riandando con la memoria alle comunità che ho frequentato, mi torna l’immagine di una certa libertà di pensiero che avevo intuito in due di quelle suore, che mi faceva attribuire loro un’autorità maggiore di quanta ne attribuivo a mia madre, a mia nonna o alle mie zie. Con loro talvolta mi confidavo, ricevevo consigli, rassicurazione; ad ogni incontro mi pareva di ottenere quella autorizzazione ad essere nella gioia che le tristi vicende familiari mi negavano. A ben pensare, sono state la prima figura di autorità femminile che ho riconosciuto nella mia adolescenza. Con una di loro (già mia insegnante di francese) ho avuto un incontro molto piacevole qualche tempo fa a Roma, dove ora vive.

Ho detto che mi sono impegnata a interrogare il senso che la parola Dio ha nella mia vita e che cercherò di farlo in fedeltà a me stessa. Mi sembra un compito difficilissimo e sono molto ammirata e grata per la fatica che hanno affrontato le/i partecipanti alla ricerca, autori del libro Il posto vuoto di Dio. E’ una fatica che apre anche a me la possibilità, che mi autorizza a dire cose che altrimenti sarebbero rimaste pensiero, e neppure pienamente formulato.

Devo prima fare un passo indietro, ai tempi di infanzia e adolescenza, quando la mia formazione religiosa era stata riempita di comandamenti, di prescrizioni, di ammonimenti; quando mi era stato trasmesso che dovevo avere fede, dovevo credere nella grazia, dovevo conoscere le virtù; e mi veniva chiesto di vivere in conformità agli insegnamenti, con forza di volontà, ma nessuno mi invitava a interrogarmi e trovare rispondenza fra tutto questo e ciò che esisteva e agiva veramente nel mio profondo. Ho fatto ripetuta esperienza di esercizi spirituali quando frequentavo le superiori. Ricordo quei giorni di ritiro come momenti di grande attenzione e ispirazione per l’elevato livello del commento teologico che accompagnava le conferenze. A una esperienza così intensa mancava però la relazione e la mediazione femminile, essendo, da un lato, esclusa la presenza delle nostre docenti (ci fosse stata suor Natalina a farci dialogare interiormente con la nostra realtà!...) ed essendo raccomandato, dall’altro, di rimanere in silenzio negli intervalli. Il paradosso era questo: una classe di 20 ragazze che per 5 giornate sentivano parlare di Dio da un’autorità maschile ma tra loro non potevano far circolare la parola, nemmeno la parola Dio, così ognuna rimaneva chiusa nella propria soggettività e non poteva arricchirsi nello scambio.
A questo mi ha abituata la cultura dominante del mio tempo. A questo mi ero adeguata. E in questo adeguarmi, non riuscivo a darmi risposte quando accostandomi al confessionale trovavo molto penoso raccontarmi, ancora più difficile dirmi dietro una grata o, peggio ancora, quando mi inginocchiavo dietro la grata solo per l’obbligo del sacramento e non per amore di me stessa.
Amore di me stessa: è il sentimento che ho più trascurato nella mia vita. Era tale il rigore che percepivo nel mio ambiente, che lo avevo assunto anche come mia misura. Avevo elaborato un eccessivo senso del dovere: verso la dottrina che mi era stata insegnata, verso la famiglia, verso la scuola, più tardi verso il lavoro. Con lo sguardo di oggi capisco che in me agivano molti elementi di dipendenza più che di amore. C’era un diffuso rancore, un senso di ingiustizia, una sofferenza rabbiosa per le situazioni che vivevo, ma ero la prima a non avere pietà di me stessa quando in confessionale denunciavo di fare troppo poco, di essere cattiva, di non avere comprensione, di non essere abbastanza praticante… e facevo atto di contrizione (come era terribile il nome atto di dolore e le parole in esso contenute!), sprofondando ancora di più nel disamore di me.
Il cambiamento di questi ultimi anni ha portato nuovo senso al mio esistere, mi ha fatto capire molto bene quanto poco amore era circolato nella mia vita e mi ha rimesso in movimento. Ora mi accorgo delle situazioni in cui sta passando amore, da me agli altri e dagli altri a me. Sento l’amore dell’accoglienza ogni volta che incontro le amiche del mio gruppo, mi commuovo quando si parla di amore della madre, mi emoziono quando tra noi accade un di più d’amore.
La riflessione sul dire Dio nella nostra vita mi ha messo in una condizione di pensiero più libera verso questo aspetto della mia interiorità che io non ho mai smesso di ascoltare. La lettura de Il posto vuoto di Dio mi ha fatto capire che io avevo occupato lo spazio di Dio con le mie tante paure: di non essere gradita perché inadeguata, di essere giudicata, di essere incompresa. Ho capito l’importanza di lasciar andare molte delle modalità che mi appesantivano, di rinunciare a molte costruzioni che mi provocavano disagio; ho smesso di essere in soggezione, non ho più paura di essere controllata da un giudice che mi sovrasta e che osserva ogni moto della mia anima pronto a punirmi o a salvarmi. Ora mi dà pace credere nell’esistenza di Dio, sentire che Dio è immanente a me, sentire che è anche in tutto ciò che è oltre me e più di me, che posso trovarlo veramente nella concretezza dei rapporti che vivo. So anche che le pratiche di chiesa non sono più un mio desiderio, non ne sento il bisogno; non ho necessità di un ordine esteriore, ho già un mio ordine simbolico interiore e questo mi fa sentire liberata da un forte senso di colpa che mi aveva accompagnato per una lunga parte della mia storia. Penso sia questa la via per me di lasciare vuoto il posto di Dio: liberarlo da sovrastrutture ingombranti che rischiano di escluderlo anziché farlo accadere. E spero di riconoscere sempre meglio tutti gli accadimenti della mia vita in cui Dio, che per me finalmente è veramente Amore, si manifesta.

Marina Canal

22 Febbraio 2007