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IL POSTO VUOTO DI DIO

La recensione di Franca Fortunato

IL posto vuoto di Dio è il titolo del libro, arrivato in questi giorni nelle librerie, curato da Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò, ed è scritto da un gruppo di donne e uomini che si autorizzano a parlare di Dio a partire da sé, dalla propria vita e non al seguito di maestri o libri, per quanto antichi e sacri. Quasi tutti fanno parte di “Identità e Differenza”, un’associazione nata a Spinea (Ve) nel 1988 e divenuta il luogo dove lo stare in relazione e la cura delle relazioni, modalità desunta dalla politica delle donne, è diventata un metodo da imparare e praticare. Fanno parte del gruppo tre suore e, a parte loro, le altre e gli altri, educate/i nella religione cattolica, da tempo, come tante e tanti di noi, avevano accantonato il discorso di Dio, ma tutte/i sentono che il legame con il divino, con il trascendente, ha bisogno di nuovi approcci e di nuova consapevolezza. Ragionano di Dio fuori da ogni appartenenza di chiesa o di dottrina. A parte le suore , Fabia, Natalina e Tilde, desiderose soprattutto di trovare anche vie indirette per mostrare Dio, oltre che parlarne, le altre sono persone che hanno accettato il rischio, - come scrive Adriana Sbrogiò nella sua presentazione del gruppo - di dire cose ovvie o scontate o vecchie o incomprensibili, in cambio di un nuovo contatto con la dimensione del divino, del sacro, del religioso.
Il perché di questo libro, frutto di una ricerca di anni, lo spiega bene, nella presentazione, Luisa Muraro quando scrive: <Credo siamo stati attirati dalla possibilità di liberare la parola “Dio” da presupposti e da usi linguistici che l’avevano spenta. E’ abbastanza vero che, nei contesti della vita quotidiana della più parte delle persone, Dio è diventato una parola vecchia, evitata o abusata, certi se la tengono pur sempre cara per momenti speciali, mentre per altri è una parola irritante, e altri ancora la trovano pressoché indifferente>.
Il dato storico della civiltà post - moderna in cui viviamo è che il nome di Dio non si può fare, fuori da un uso previsto e prevedibile. Ed è proprio questo che le autrici e gli autori del libro si autorizzano a fare, con parole tutt’altro che scontate, consapevoli della fine di una civiltà religiosa e di una storia, finita male.< Nella civiltà religiosa premoderna Dio – scrive la Muraro - era normalmente presente in linguaggi della cultura alta e di quella popolare, così come nella vita dei grandi e dei piccoli, e quasi tutti credevano nell’aldilà. Da quei tempi ci separa un processo storico che si chiama secolarizzazione. Alcuni hanno parlato di disincanto: è finito per noi l’incantesimo di vivere nella comune certezza di un Dio che provvede all’umanità e giudicherà il mondo secondo infallibili criteri di giustizia e bontà. Un incantesimo, quando si rompe, è rotto e bisogna farsi venire un’idea>. < Noi – continua la Muraro - siamo eredi, donne e uomini, di una storia religiosa, che è finita piuttosto male. In filosofia dicono che è finita con la morte di Dio. E’ finita che non siamo più capaci di credere. E’ stata la parabola della nostra civiltà di cui ne dà testimonianza Therèse Martin (1873-1897), la santa Teresa del Bambino Gesù, diventata da pochi anni dottora della chiesa, che a un certo momento, quando si scopre ammalata, non riesce più a credere nell’immortalità dell’anima e non sente più la presenza di Dio. E’ una storia che è stata guidata soprattutto da uomini perché gli uomini hanno inteso essere loro gli interpreti, i maestri, le guide, i confessori, i teologi>. Oggi si tratta di imparare a condividere la perdita di una fede condivisa, di non isolare Dio, di ri-nominarlo in modo nuovo, a partire “non dal parlato, ma dal vissuto”, come fanno le autrici e gli autori di questo libro, sapendo che nessun uomo e nessuna donna può stare al posto di Dio. Cosa vuol dire lasciare vuoto il posto di Dio? Vuol dire che non è possibile fissare alcuna immagine di Dio perché Dio è davvero – come scrive suor Natalina – dall’altra sponda, non è mai catturabile da niente e da nessuno. Vuol dire “riconoscere che le nostre costruzioni sono cadute, tramontate, disfatte” per rendere possibile dire – come scrive Tilde - , anche se con fatica, qualcosa di nuovo/altro rispetto al nichilismo o/e al fanatismo religioso. Quel posto va lasciato vuoto, sia che si abbia o no la fede, per lasciare che Dio entri nella vita di ciascuno e ciascuna di noi, perché “ Dio irrompe, accade e non sai quando arriva né come”. E’ quello che ci dicono anche le mistiche. <Restare in attesa di Dio ma capire anche – dice la Sbrogiò - quando arriva attraverso le azioni di amore di donne e uomini con cui entriamo in relazione. Un Dio che attraversa le relazioni umane, che nasce dentro le persone, agli esseri umani, alle donne, agli uomini, nasce dentro e ce lo scambiamo, lo offriamo, lo accogliamo>. Un messaggio questo che può essere accolto anche da chi la fede non ce l’ha. Dove si scopre Dio? Che cosa significa Dio per ognuna/o? Sono domande a cui le autrici e gli autori del libro rispondono con un profondo lavoro di scavo di sé.
Lo scopo di questo libro che Muraro in apertura affida a chi lo legge, io l’ho trovato nella percezione che queste donne e questi uomini abbiano voluto annunciarci una Nuova Novella. Qualcosa di nuovo sta accadendo, è già accaduto, in questa nostra società occidentale che ha estromesso Dio in modo plateale, rinchiudendolo in una religione e in una dottrina che ti chiede un atto di fede per poterlo nominare. Tornano le parole bibliche: <Sta avvenendo una cosa nuova, com’è che non la vedete?> Io la vedo.

Franca Fortunato

“Il posto vuoto di Dio” a cura di Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò - Ed. Marietti 1820 - Settembre 2006 – pp. 245 € 18