IL posto vuoto di Dio è il titolo del libro, arrivato in questi giorni
nelle librerie, curato da Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò, ed è scritto
da un gruppo di donne e uomini che si autorizzano a parlare di Dio a partire
da sé, dalla propria vita e non al seguito di maestri o libri, per quanto
antichi e sacri. Quasi tutti fanno parte di “Identità e Differenza”,
un’associazione nata a Spinea (Ve) nel 1988 e divenuta il luogo dove
lo stare in relazione e la cura delle relazioni, modalità desunta dalla
politica delle donne, è diventata un metodo da imparare e praticare.
Fanno parte del gruppo tre suore e, a parte loro, le altre e gli altri, educate/i
nella religione cattolica, da tempo, come tante e tanti di noi, avevano accantonato
il discorso di Dio, ma tutte/i sentono che il legame con il divino, con il
trascendente, ha bisogno di nuovi approcci e di nuova consapevolezza. Ragionano
di Dio fuori da ogni appartenenza di chiesa o di dottrina. A parte le suore
, Fabia, Natalina e Tilde, desiderose soprattutto di trovare anche vie indirette
per mostrare Dio, oltre che parlarne, le altre sono persone che hanno accettato
il rischio, - come scrive Adriana Sbrogiò nella sua presentazione del
gruppo - di dire cose ovvie o scontate o vecchie o incomprensibili, in cambio
di un nuovo contatto con la dimensione del divino, del sacro, del religioso.
Il perché di questo libro, frutto di una ricerca di anni, lo spiega
bene, nella presentazione, Luisa Muraro quando scrive: <Credo siamo stati
attirati dalla possibilità di liberare la parola “Dio” da
presupposti e da usi linguistici che l’avevano spenta. E’ abbastanza
vero che, nei contesti della vita quotidiana della più parte delle persone,
Dio è diventato una parola vecchia, evitata o abusata, certi se la tengono
pur sempre cara per momenti speciali, mentre per altri è una parola
irritante, e altri ancora la trovano pressoché indifferente>.
Il dato storico della civiltà post - moderna in cui viviamo è che
il nome di Dio non si può fare, fuori da un uso previsto e prevedibile.
Ed è proprio questo che le autrici e gli autori del libro si autorizzano
a fare, con parole tutt’altro che scontate, consapevoli della fine di
una civiltà religiosa e di una storia, finita male.< Nella civiltà religiosa
premoderna Dio – scrive la Muraro - era normalmente presente in linguaggi
della cultura alta e di quella popolare, così come nella vita dei grandi
e dei piccoli, e quasi tutti credevano nell’aldilà. Da quei tempi
ci separa un processo storico che si chiama secolarizzazione. Alcuni hanno
parlato di disincanto: è finito per noi l’incantesimo di vivere
nella comune certezza di un Dio che provvede all’umanità e giudicherà il
mondo secondo infallibili criteri di giustizia e bontà. Un incantesimo,
quando si rompe, è rotto e bisogna farsi venire un’idea>. < Noi – continua
la Muraro - siamo eredi, donne e uomini, di una storia religiosa, che è finita
piuttosto male. In filosofia dicono che è finita con la morte di Dio.
E’ finita che non siamo più capaci di credere. E’ stata
la parabola della nostra civiltà di cui ne dà testimonianza Therèse
Martin (1873-1897), la santa Teresa del Bambino Gesù, diventata da pochi
anni dottora della chiesa, che a un certo momento, quando si scopre ammalata,
non riesce più a credere nell’immortalità dell’anima
e non sente più la presenza di Dio. E’ una storia che è stata
guidata soprattutto da uomini perché gli uomini hanno inteso essere
loro gli interpreti, i maestri, le guide, i confessori, i teologi>. Oggi
si tratta di imparare a condividere la perdita di una fede condivisa, di non
isolare Dio, di ri-nominarlo in modo nuovo, a partire “non dal parlato,
ma dal vissuto”, come fanno le autrici e gli autori di questo libro,
sapendo che nessun uomo e nessuna donna può stare al posto di Dio. Cosa
vuol dire lasciare vuoto il posto di Dio? Vuol dire che non è possibile
fissare alcuna immagine di Dio perché Dio è davvero – come
scrive suor Natalina – dall’altra sponda, non è mai catturabile
da niente e da nessuno. Vuol dire “riconoscere che le nostre costruzioni
sono cadute, tramontate, disfatte” per rendere possibile dire – come
scrive Tilde - , anche se con fatica, qualcosa di nuovo/altro rispetto al nichilismo
o/e al fanatismo religioso. Quel posto va lasciato vuoto, sia che si abbia
o no la fede, per lasciare che Dio entri nella vita di ciascuno e ciascuna
di noi, perché “ Dio irrompe, accade e non sai quando arriva né come”.
E’ quello che ci dicono anche le mistiche. <Restare in attesa di Dio
ma capire anche – dice la Sbrogiò - quando arriva attraverso le
azioni di amore di donne e uomini con cui entriamo in relazione. Un Dio che
attraversa le relazioni umane, che nasce dentro le persone, agli esseri umani,
alle donne, agli uomini, nasce dentro e ce lo scambiamo, lo offriamo, lo accogliamo>.
Un messaggio questo che può essere accolto anche da chi la fede non
ce l’ha. Dove si scopre Dio? Che cosa significa Dio per ognuna/o? Sono
domande a cui le autrici e gli autori del libro rispondono con un profondo
lavoro di scavo di sé.
Lo scopo di questo libro che Muraro in apertura affida a chi lo legge, io l’ho
trovato nella percezione che queste donne e questi uomini abbiano voluto annunciarci
una Nuova Novella. Qualcosa di nuovo sta accadendo, è già accaduto,
in questa nostra società occidentale che ha estromesso Dio in modo plateale,
rinchiudendolo in una religione e in una dottrina che ti chiede un atto di
fede per poterlo nominare. Tornano le parole bibliche: <Sta avvenendo una
cosa nuova, com’è che non la vedete?> Io la vedo.
Franca Fortunato
“Il posto vuoto di Dio” a cura di Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò - Ed. Marietti 1820 - Settembre 2006 – pp. 245 € 18