Torna all'indice

Uomini che cambiano

di Isabella Rinaldi

Rileggendo appunti e verbali degli incontri (gruppo di ricerca di "Identità e Differenza") ho cercato di far emergere-riemergere le risonanze delle parole di altre e di altri con la mia personale esperienza.
Rileggendo gli scritti, mi accorgo di confrontarmi inevitabilmente con quelli che nella mia vita sono stati i rapporti con il maschile; pochi in quantità, se li paragono ai molti rapporti con altre donne. Ma anche molto importanti per profondità. Ho cercato anche di comprendere quale sia stato o siano state le costanti o le particolarità di ogni relazione.

Cosa ho ritrovato sui miei passi : ho scelto principalmente relazioni amorose/amicali con uomini in ascolto, che si sono fatti cambiare dalla relazione e hanno avuto modo di conoscersi meglio nella relazione; ho riconosciuto in loro la capacità di stare nello "scacco", nel riuscire a dire anche se con fatica impossibilità o inadeguatezze; quando la relazione è entrata in crisi non l'hanno distrutta ma si sono presi le loro responsabilità (anche nel farsi "curare" per comprendere quel che gli accadeva); trovo che abbiano avuto la capacità anche di incoraggiare in me aspetti che mi rendevano felice anche se non li coinvolgevano in alcun modo; hanno saputo stare dalla mia parte.

Come mi sembra di rileggere in alcune note che ho appuntato, rispetto al mondo, se nella relazione "privata" c'è stata secondo me una grande costruzione di civiltà anche rispetto alla cerchia di persone che frequentavamo, rispetto all'ambito "pubblico" quegli stessi uomini in qualche modo hanno cercato vie "tangenziali" per affermare come potevano una loro differenza (rispetto al maschile dominante). Non si tratta di uomini che hanno trovato e neppure cercato in altri uomini percorsi alternativi da condividere, né tantomeno hanno messo in crisi il loro modo giovanile di fare politica (denominatore comune: erano tutti iscritti al PCI ). Hanno trovato altri modi di esprimere il loro impegno: nel volontariato, nell'impegno di una medicina della solidarietà, nell'impegno a costruire relazioni non mercenarie anche in ambiti lavorativi totalmente mercenari, nel dedicare tempo ai più piccoli, ai meno fortunati, alla salvaguardia dell'ambiente naturale e degli animali.
Il tutto, mi pare, senza sentire che ci fosse in questo versante del loro agire nel mondo alcunché di politico. Forse con una sorta di rassegnazione allo stare altrove rispetto alla politica (seconda). Sono uomini che hanno avuto comunque relazioni profonde e piacevoli quasi esclusivamente con donne riconoscendole come autorevoli, e non solo con me o le successive/precedenti compagne ; forse si sono dati risposte un po' generiche sulla loro sostanziale insoddisfazione rispetto alla qualità di rapporti al maschile.

Premesso questo, quando mi è parso di vivere situazioni che alimentavano rapporti secondo me produttori di civiltà, sia fra donne che fra uomini e donne?
Ho cercato di fare un mio inventario di situazioni chiave ripercorrendo storie e pezzi di vita.:
ha prodotto spesso uno spiazzamento e un'apertura a relazioni più autentiche, nelle situazioni di azione (lavorative ma non solo) ammettere apertamente proprie (mie) incapacità, il non avere risposte, ipotizzare di aver sbagliato, essere trasparente senza paura di ammettere la fragilità, l'imbarazzo,… essere così come si è dentro con tutte le sfumature ma senza ritenerlo sconveniente. Questo autorizzarmi ad essere consapevolmente fragile e a verbalizzarlo anche in pubblico ha prodotto a volte effetti di caduta di ogni eventuale costruzione difensiva e artificiosa nell'interlocutore. Mi pare abbia autorizzato anche alcuni uomini , che in quel momento mi vedevano comunque molto "competente" ad essere fallibili senza sentire minacciata una autorità.

Altra situazione produttiva: situazioni di grande vicinanza ai bisogni di chi è più fragile di noi. Questo è stato l'ambito specifico del lavoro di cura in cui ho vissuto occasioni di condivisione di responsabilità in cui l'obiettivo di essere vicini ed efficaci nel progettare insieme l'aiuto mi ha fatto sentire in vicinanza anche con alcuni uomini "curanti" che hanno espresso il loro grande piacere a lavorare nel gruppo superando divergenze e lavorando in una mediazione continua ma non "al ribasso", che facesse sintesi senza cancellare le divergenze, per un comune obiettivo che in qualche modo ci trascendeva. La tessitura prodotta dava piacere a tutti insomma (mi viene in mente quello che ho letto nella sintesi dell'intervento di Carlo di novembre) e questo anche perché insieme ci si prendeva cura di urgenze umane e non solo professionali che si imponevano e ci chiamavano in causa in prima persona (mi viene in mente la sfida che diceva Gianni quando parlava della vicenda personale di cura familiare in relazione alla madre e al fratello, mi pare). Potremmo parlare di una sfida alla responsabilità ? E di piacere nell'impresa condivisa ? Come riuscire a lanciare queste sfide buone? A noi come équipe di lavoro nei servizi alla persona è servito molto che si lavorasse a non disperdere individualità e storie che mantenevano vive nelle relazioni di cura le identità delle persone che curavamo…nessuno poteva essere archiviato come "caso", Maria, Tonino, Gastone non erano mai cartelle ma storie vere…nelle quali ci si poteva riconoscere, sentirsi vicini e accomunati da umane fragilità .Che ci serva esercitarci a mantenere viva la realtà nelle parole che usiamo per rappresentare pezzi di mondo, persone, situazioni che ci interrogano e ci chiamano ad agire ??…(Adriana diceva la volta scorsa di "parole incarnate"..) Quanto più sento vere le parole di chi mi dice e mi racconta tanto più mi sento chiamata ad implicarmi responsabilmente. (quindi potrebbe voler dire non banalizzare o semplificare i racconti, non dare per scontato il già detto, interrogarsi/interrogare sulla comprensione, chiedere rimandi, scrivere con cura , non rinunciare alle repliche, difendere quanto è stato letteralmente detto, usare citazioni, servirsi di testimoni, diffondere storie esemplari…, tacere piuttosto che banalizzare, ecc??)

Ho trovato anche molto contagiosa per alcuni uomini che ho avuto vicini (ed anche per molte donne un po' "spente") la giocosità di alcune situazioni rituali nelle quali io e magari qualche amica ci autorizzavamo a mettere grande impegno e insieme molta leggerezza e piacere ad esempio nell'organizzare momenti "apparentemente inutili" come feste, riti vari (ad esempio si facevano camminate mensili per celebrare il plenilunio). Credo che vedere noi che davamo grande senso al ritrovarsi insieme a celebrare o i passaggi di vita (matrimoni, nascite,..) o la bellezza degli eventi naturali, ha ridato un po' di magia alle piccole cose ed energia nuova alle relazioni. Mi è parso che ci si sentisse poi tutti più autorizzati a dare meno per scontati gli scambi che si andavano costruendo in queste nuove situazioni non routinarie, e a recuperare la giocosità infantile che li rinnovava , ne cambiava creativamente l'intensità, faceva nascere nuove storie Non a caso , credo, in queste situazioni hanno preso vita iniziative e imprese di varia natura. Ad esempio alla mia/nostra festa di matrimonio (fatta all'interno di un bosco dolomitico coinvolgendo attivamente in vario modo molte persone amiche , ve la spiego poi un'altra volta) è nata l'associazione che con alcune amiche ed un amico abbiamo fatto nascere a Modena.
Sento che c'è bisogno di alimentare e trasmettere gioia e comunicare al mondo con la pelle e le parole il valore di fare insieme anche per scopi apparentemente "improduttivi" ma significativi e veri per noi. Su di me ha un effetto sempre irresistibile e mi è parso per gli uomini ancora più liberatorio e rigenerante (anche Marco C. quando dice di pratiche di relazione e comunicazione apprese dalle donne dice che lo hanno fatto stare meglio).
Mi sono piaciute per questo le parole di Vita Cosentino in uno scritto trovato sul sito della Libreria delle Donne di Milano (intervento al convegno scuola un tempo pieno di vita) che dice a proposito di pratiche educative che lasciano per un po' da parte i programmi e la produzione cognitiva (le maestre che mettono un po' da parte la matematica e si mettono a raccontare storie):
è la vita stessa che non riesce a stare dentro alla categoria dell'utile e del produttivo: Sta in un altro orizzonte: La vita è una perdita di tempo. Anche l'amore è una perdita di tempo. Quasi tutto quello che tiene in vita è una perdita di tempo.

Spinea, 8 febbraio 2005