Rileggendo appunti e verbali degli incontri (gruppo di ricerca di "Identità e
Differenza") ho cercato di far emergere-riemergere le risonanze delle
parole di altre e di altri con la mia personale esperienza.
Rileggendo gli scritti, mi accorgo di confrontarmi inevitabilmente con quelli
che nella mia vita sono stati i rapporti con il maschile; pochi in quantità,
se li paragono ai molti rapporti con altre donne. Ma anche molto importanti
per profondità. Ho cercato anche di comprendere quale sia stato o siano
state le costanti o le particolarità di ogni relazione.
Cosa ho ritrovato sui miei passi : ho scelto principalmente relazioni amorose/amicali con uomini in ascolto, che si sono fatti cambiare dalla relazione e hanno avuto modo di conoscersi meglio nella relazione; ho riconosciuto in loro la capacità di stare nello "scacco", nel riuscire a dire anche se con fatica impossibilità o inadeguatezze; quando la relazione è entrata in crisi non l'hanno distrutta ma si sono presi le loro responsabilità (anche nel farsi "curare" per comprendere quel che gli accadeva); trovo che abbiano avuto la capacità anche di incoraggiare in me aspetti che mi rendevano felice anche se non li coinvolgevano in alcun modo; hanno saputo stare dalla mia parte.
Come mi sembra di rileggere in alcune note che ho appuntato, rispetto al mondo,
se nella relazione "privata" c'è stata secondo me una grande
costruzione di civiltà anche rispetto alla cerchia di persone che frequentavamo,
rispetto all'ambito "pubblico" quegli stessi uomini in qualche modo
hanno cercato vie "tangenziali" per affermare come potevano una loro
differenza (rispetto al maschile dominante). Non si tratta di uomini che hanno
trovato e neppure cercato in altri uomini percorsi alternativi da condividere,
né tantomeno hanno messo in crisi il loro modo giovanile di fare politica
(denominatore comune: erano tutti iscritti al PCI ). Hanno trovato altri modi
di esprimere il loro impegno: nel volontariato, nell'impegno di una medicina
della solidarietà, nell'impegno a costruire relazioni non mercenarie
anche in ambiti lavorativi totalmente mercenari, nel dedicare tempo ai più piccoli,
ai meno fortunati, alla salvaguardia dell'ambiente naturale e degli animali.
Il tutto, mi pare, senza sentire che ci fosse in questo versante del loro agire
nel mondo alcunché di politico. Forse con una sorta di rassegnazione
allo stare altrove rispetto alla politica (seconda). Sono uomini che hanno
avuto comunque relazioni profonde e piacevoli quasi esclusivamente con donne
riconoscendole come autorevoli, e non solo con me o le successive/precedenti
compagne ; forse si sono dati risposte un po' generiche sulla loro sostanziale
insoddisfazione rispetto alla qualità di rapporti al maschile.
Premesso questo, quando mi è parso di vivere situazioni che alimentavano
rapporti secondo me produttori di civiltà, sia fra donne che fra uomini
e donne?
Ho cercato di fare un mio inventario di situazioni chiave ripercorrendo storie
e pezzi di vita.:
ha prodotto spesso uno spiazzamento e un'apertura a relazioni più autentiche,
nelle situazioni di azione (lavorative ma non solo) ammettere apertamente proprie
(mie) incapacità, il non avere risposte, ipotizzare di aver sbagliato,
essere trasparente senza paura di ammettere la fragilità, l'imbarazzo,… essere
così come si è dentro con tutte le sfumature ma senza ritenerlo
sconveniente. Questo autorizzarmi ad essere consapevolmente fragile e a verbalizzarlo
anche in pubblico ha prodotto a volte effetti di caduta di ogni eventuale costruzione
difensiva e artificiosa nell'interlocutore. Mi pare abbia autorizzato anche
alcuni uomini , che in quel momento mi vedevano comunque molto "competente" ad
essere fallibili senza sentire minacciata una autorità.
Altra situazione produttiva: situazioni di grande vicinanza ai bisogni di chi è più fragile di noi. Questo è stato l'ambito specifico del lavoro di cura in cui ho vissuto occasioni di condivisione di responsabilità in cui l'obiettivo di essere vicini ed efficaci nel progettare insieme l'aiuto mi ha fatto sentire in vicinanza anche con alcuni uomini "curanti" che hanno espresso il loro grande piacere a lavorare nel gruppo superando divergenze e lavorando in una mediazione continua ma non "al ribasso", che facesse sintesi senza cancellare le divergenze, per un comune obiettivo che in qualche modo ci trascendeva. La tessitura prodotta dava piacere a tutti insomma (mi viene in mente quello che ho letto nella sintesi dell'intervento di Carlo di novembre) e questo anche perché insieme ci si prendeva cura di urgenze umane e non solo professionali che si imponevano e ci chiamavano in causa in prima persona (mi viene in mente la sfida che diceva Gianni quando parlava della vicenda personale di cura familiare in relazione alla madre e al fratello, mi pare). Potremmo parlare di una sfida alla responsabilità ? E di piacere nell'impresa condivisa ? Come riuscire a lanciare queste sfide buone? A noi come équipe di lavoro nei servizi alla persona è servito molto che si lavorasse a non disperdere individualità e storie che mantenevano vive nelle relazioni di cura le identità delle persone che curavamo…nessuno poteva essere archiviato come "caso", Maria, Tonino, Gastone non erano mai cartelle ma storie vere…nelle quali ci si poteva riconoscere, sentirsi vicini e accomunati da umane fragilità .Che ci serva esercitarci a mantenere viva la realtà nelle parole che usiamo per rappresentare pezzi di mondo, persone, situazioni che ci interrogano e ci chiamano ad agire ??…(Adriana diceva la volta scorsa di "parole incarnate"..) Quanto più sento vere le parole di chi mi dice e mi racconta tanto più mi sento chiamata ad implicarmi responsabilmente. (quindi potrebbe voler dire non banalizzare o semplificare i racconti, non dare per scontato il già detto, interrogarsi/interrogare sulla comprensione, chiedere rimandi, scrivere con cura , non rinunciare alle repliche, difendere quanto è stato letteralmente detto, usare citazioni, servirsi di testimoni, diffondere storie esemplari…, tacere piuttosto che banalizzare, ecc??)
Ho trovato anche molto contagiosa per alcuni uomini che ho avuto vicini (ed
anche per molte donne un po' "spente") la giocosità di alcune
situazioni rituali nelle quali io e magari qualche amica ci autorizzavamo a
mettere grande impegno e insieme molta leggerezza e piacere ad esempio nell'organizzare
momenti "apparentemente inutili" come feste, riti vari (ad esempio
si facevano camminate mensili per celebrare il plenilunio). Credo che vedere
noi che davamo grande senso al ritrovarsi insieme a celebrare o i passaggi
di vita (matrimoni, nascite,..) o la bellezza degli eventi naturali, ha ridato
un po' di magia alle piccole cose ed energia nuova alle relazioni. Mi è parso
che ci si sentisse poi tutti più autorizzati a dare meno per scontati
gli scambi che si andavano costruendo in queste nuove situazioni non routinarie,
e a recuperare la giocosità infantile che li rinnovava , ne cambiava
creativamente l'intensità, faceva nascere nuove storie Non a caso ,
credo, in queste situazioni hanno preso vita iniziative e imprese di varia
natura. Ad esempio alla mia/nostra festa di matrimonio (fatta all'interno di
un bosco dolomitico coinvolgendo attivamente in vario modo molte persone amiche
, ve la spiego poi un'altra volta) è nata l'associazione che con alcune
amiche ed un amico abbiamo fatto nascere a Modena.
Sento che c'è bisogno di alimentare e trasmettere gioia e comunicare
al mondo con la pelle e le parole il valore di fare insieme anche per scopi
apparentemente "improduttivi" ma significativi e veri per noi. Su
di me ha un effetto sempre irresistibile e mi è parso per gli uomini
ancora più liberatorio e rigenerante (anche Marco C. quando dice di
pratiche di relazione e comunicazione apprese dalle donne dice che lo hanno
fatto stare meglio).
Mi sono piaciute per questo le parole di Vita Cosentino in uno scritto trovato
sul sito della Libreria delle Donne di Milano (intervento al convegno scuola
un tempo pieno di vita) che dice a proposito di pratiche educative che lasciano
per un po' da parte i programmi e la produzione cognitiva (le maestre che mettono
un po' da parte la matematica e si mettono a raccontare storie):
è
la vita stessa che non riesce a stare dentro alla categoria dell'utile e del
produttivo: Sta in un altro orizzonte: La vita è una perdita di tempo.
Anche l'amore è una perdita di tempo. Quasi tutto quello che tiene in
vita è una perdita di tempo.
Spinea, 8 febbraio 2005