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Riflettiamo sui LATI OSCURI della sessualità maschile e femminile che ci fanno problema. Riflettiamo sulle PAURE che ci abitano nelle relazioni.

di Adriana Sbrogiò

Lati oscuri, paure e ingovernabilità del corpo maschile

Fin da piccola, credo in seguito ad esperienze traumatiche nelle relazioni con alcuni del sesso maschile, devo aver rimosso alcuni approcci all’altro sesso per cui non ricordo di aver mai ritenuto di fondamentale importanza, né di aver provato, come primo impulso, grande attrazione verso il rapporto sessuale fisico con un uomo. Però mi sono sentita moltissimo coinvolta emotivamente in relazioni affettive, amorevoli, intellettuali e spirituali cariche di sentimento e tenerezza fino a farmi desiderare l’abbraccio, il bacio, la carezza di un uomo, ma non di più. Non l’atto sessuale tradizionale. Eppure con due uomini ci sono stata insieme. Con il primo ho avuto due figlie e, quando ci siamo lasciati, lui mi ha rivendicato il fatto che l’avevo strumentalizzato per farmi le figlie, io non ho saputo dargli torto e sono rimasta sorpresa perché c’era del vero nelle sue parole anche se non l’avevo fatto con intenzione, con consapevolezza.
Ho riflettuto su quel lato oscuro di me a me stessa, al quale non avrei pensato se non mi fosse stato rivelato in quel modo. Non so quanto ci fosse di desiderio consapevole e quanto di istinto nel mio voler essere madre, ma sono certa che c’è sempre stata in me una forma di libertà che mi spingeva ad essere creativa senza dipendere dall’uomo. E infatti gli ho risposto: “Ti ho fatto l’onore di diventare strumento per mettere al mondo il mio amore e così hai potuto avere anche tu due creature in più da amare”. Forse in questo discorso si celava una mia forma di alterigia e di potere che mi veniva a utile per contrastare l’umiliazione e la disistima che provavo quando mi diceva: “anche se i miei parenti pensano e dicono che sei una poco di buono, a me non importa niente perché tanto io so come sei”. Di conseguenza non spendeva una parola per difendermi, per dire il vero, lasciava che i suoi, che mi conoscevano solo superficialmente, pensassero a modo loro. Così, penso, intendeva farmi sentire compresa da lui, ma si guardava bene dal contraddire gli altri. In questo modo pensava di tenersi tutti: era il suo potere. Neanche lui era del tutto consapevole. E con queste ignoranze e reciproci scambi di strumentalizzazioni dentro un assurdo rapporto di forza, non si poteva certo costruire la relazione, ma si era una coppia abbastanza tradizionale, come tante, pronta per scoppiare.
In quei tempi non è che si capissero molto bene tutti questi discorsi, non ci si parlava molto in profondità, si era incapaci di svelarsi. Io avevo paura di lui, della sua forza che non conoscevo, ma che percepivo, della sua politica che mi mortificava e mi faceva sentire sola; lui temeva la mia autonomia e il mio spirito di libertà che gli facevano sentire che io potevo vivere anche senza di lui. Infatti un suo sogno ricorrente era che gli scappavo sempre da una parte o dall’altra, col treno, in pulman, con qualsiasi mezzo, anche di corsa.
Ho riflettuto in seguito sulla sensazione che, forse per la mia mancanza di chiarezza e anche per il comportamento e l’immaturità che riscontravo nel mio compagno, il padre c’entrasse ben poco nella relazione intima che io avevo con le creature che mi crescevano in grembo. Non mi sentivo attratta dal corpo maschile per cui ne ho subìto il contatto, probabilmente per avere le figlie, sostenuta da un misto di necessità, inevitabilità, ma anche dall’affetto che pure ho sempre avuto per quell’uomo.
Mi sono spesso sentita messa in guardia da due sentimenti contrastanti verso il corpo maschile: commiserazione e paura. La commiserazione mi deriva sicuramente come conseguenza del lavoro di cura reso fin da giovanissima a uomini vecchi e ammalati della mia famiglia, deboli e bisognosi di attenzioni, che ha contribuito a renderli poco attraenti. Invece la paura del corpo maschile proviene sicuramente, oltre che dall’intuizione di una forza che non è sempre ben gestita, anche, come ho gia detto, dall’aver subito violenza fisica e psicologica nella primissima infanzia. E poi non è stato indifferente crescere sentendo dire da quasi tutte le donne che mi hanno allevata che, in fondo in fondo, i maschi cercano soltanto il rapporto fisico con le donne. L’ho vissuta come una regola quella per cui le donne adulte devono mettere in guardia le bambine nei confronti dei maschi, come se dalla loro sessualità non possa che scaturire violenza, brutalità e abuso. Con le mie figlie ho infranto quella regola, ma non ho trovato parole per dire altro e sono stata tanto attenta vivendo con timore la loro giovinezza per il pensiero che qualcuno approfittasse di loro.
E’ anche vero, però, che una volta un mio carissimo amico mi confidò che a renderlo impotente era stata la moglie che, proprio perché voleva avere un figlio ad ogni costo, gli aveva richiesto, per lungo tempo, continue e stressanti prestazioni sessuali. Perciò mi diceva: faccio più volentieri politica piuttosto che sesso, almeno le parole le gestisco io.
Ho nutrito tanti diversi sentimenti verso gli uomini, quelli favorevoli che mi facevano provare ammirazione e sentire struggimento per chi mi si rivelava sapiente, intelligente, dolce, comprensivo, fratello o amico, e quelli ripugnanti fino al disgusto per chi si mostrava violento, prepotente, ingannevole, guerriero. Non li ho mai odiati però, perché la mia antipatia ha sempre avuto una soglia, si ferma alla disistima, alla repulsione e disinteresse per quell’uomo, uno preciso. E giro l’angolo.
E mi rivolgo ad altri perché la mia curiosità non cessa mai e non ho problemi nel relazionarmi, infatti mi relaziono agli uomini con libertà perché mi spinge all’incontro il desidero di conoscenza, ma so che in fondo c’è della paura.
Ho paura di quella che avverto essere la forza bruta latente del maschile, quella che un uomo, tanti uomini, non dico tutti perché dipende molto dall’educazione che hanno ricevuto, cercano di occultare mostrandosi innocui o addirittura premurosi. Registriamo tutti i giorni che, a causa dell’incapacità di governare il loro corpo, ci sono tanti uomini che finiscono col dare sfogo alla repressione commettendo svariate forme di violenza che vanno da quella fisica (di solito verso una persona più debole) a quella psicologica (minacce e rapporti di forza, a partire dai rapporti familiari), fino addirittura ad uccidere e a far scoppiare le guerre. Ecco, da tempo ho una mia convinzione che, essendo forse non giusta e anche esagerata, ho provato ritegno ad esprimere: penso che la causa prima e fondamentale delle guerre sia proprio l’ingovernabilità del corpo maschile. Sia per chi le comanda che per chi le esercita.
Penso che l’uomo sia vittima dell’idea che si è fatto della forza e della potenza del suo corpo e faccia un tutt’uno della spinta sessuale con la forza fisica. Non accetta di potersi sentire vittima di una struttura psicofisica che, nel suo insieme, ha dei punti di fragilità che lo rendono incapace di governare totalmente il proprio corpo e i propri sentimenti. Appena possibile deve trovare una rivalsa e spesso dimostra la sua forza creando vittime, oppure, alla meglio, si colloca in posti di potere e di governo che lo fanno sentire potente e che conta, che pesa su altri esseri umani. Posizioni che aiutano a rimuovere e a mistificare le impotenze e le paure che lo assillano.
La maggior parte degli uomini con cui ho trattato questi argomenti, appena si accorgono che devono andare un po’ più in profondità di se stessi, sfuggono il problema, oppure banalizzano per camuffare l’imbarazzo. Pochi sono stati quelli che hanno accettato di parlare delle loro paure e dell’impotenza che caratterizza il maschio a causa dell’impulso fisico sessuale per cui non riesce a tenere a bada quella parte del suo corpo che spadroneggia. Le donne conoscono gli uomini attraverso la manifestazione della sessualità maschile. A volte positiva altre distruttiva.
Per imparare a gestire il corpo maschile, dice un mio amico, c’è necessità di una importante educazione sessuale rivolta agli uomini che vada oltre l’immagine che da millenni si sono fatti di se stessi. Un’educazione, che ancora non fa parte della nostra cultura, che insegni agli uomini l’amore per il proprio corpo, reale, complessivo, un corpo da tutelare e difendere affinché non procuri offesa al corpo femminile. Qualcosa che aiuti gli uomini a scoprire che la loro energia sessuale, che per certi versi sono costretti a reprimere se non vogliono creare troppi danni, può essere governata e orientata verso forme di creatività che rendono più amorevoli e civili le relazioni tra uomini e donne. Quando il desiderio fa scoprire l’amore per il corpo, si scoprono i corpi con amore.
Di fronte ad un uomo sento molto la differenza; e la relazione, per me, non passa, come prima istanza, attraverso l’attrazione fisica, ma attraverso un’insopprimibile curiosità dell’altro, dal fascino che provo per un tutto altro da me e anche dal timore che mi cagiona lo sconosciuto.
E poi c’è l’attrazione per un mondo che so che non conoscerò mai fino in fondo, perché se provo a rinunciare a immaginare il maschile a modo mio o come lo vorrei, mi trovo davanti un essere quasi sconosciuto che, se non è lui a dirmi veramente chi è, io lo posso valutare soltanto dai suoi discorsi, e dalle sue azioni con relativi risultati.
E qui, per il momento, fermo il mio pensiero verso gli uomini, saranno loro a dire e a dirsi.

Lati oscuri e ambiguità femminili

Penso di conoscere un po’ meglio il mondo e la sessualità femminile, che mi sento addosso e che in genere non temo, se non in certe espressioni eccessive e violente, quando non le so distinguere dalla sessualità maschile.
Ci sono donne, più o meno in età matura, che hanno fatto valere la libertà femminile conquistata intorno agli anni ’70, e che l’hanno mantenuta con costanza e, a volte, pagando costi non indifferenti. Ce ne sono tra le femministe e ce ne sono tra le donne che hanno dato vita al pensiero della differenza sessuale. Personalmente sono molto grata a tutte queste donne perché da loro mi sono sentita autorizzata a vivere la mia libertà quotidianamente e a trovare il coraggio di affrontarne le conseguenze. Che non sono poche e che ben conoscono quelle che hanno accettato di andare controcorrente rispetto al potere prevaricante del patriarcato sul mondo femminile.
Ci sono anche tante donne emancipate, ma che non vanno controcorrente, che in un modo o nell’altro, più o meno consapevoli, hanno scelto e si sono adattate ad una mediazione di compromesso e di ambiguità pur di non perdere i benefici acquisiti dal governo del patriarcato.
Non so valutare se è bene o male individualmente in quanto solo lei, quella donna, può dire se è o no contenta di sé e della sua situazione; sono certa però che tali comportamenti ritardano i tempi dell’affermazione della libertà femminile nel mondo. Perchè anche la scelta che si compie nel privato ha influenza sulla parola pubblica; e con il comportamento si trasmette, comunque, se c’è o non c’è libertà femminile nei rapporti e nelle relazioni.
Resto d’accordo con Luisa Muraro, quando l’ho sentita dire che tutto il guadagnato nelle relazioni tra donne va ora speso per aiutare gli uomini a prendere coscienza che un altro mondo è possibile e che la civiltà delle donne e degli uomini ha da prendere il posto dell’inciviltà patriarcale. Ormai so che non basta lavorare solo con gli uomini, così come non è stato sufficiente lavorare e accumulare sapere tra donne, per cambiare in civiltà di pace la civiltà di guerra.
Molte volte mi sono chiesta come si possa continuare a mantenere alti il senso guadagnato e la realtà della libertà femminile e contemporaneamente continuare a lavorare con quelle donne che in qualche modo rimangono “consapevolmente” assoggettate al potere maschile, ma che governano quotidianamente gli uomini sul piano emotivo-affettivo-sessuale. Il potere femminile occulto lo chiama una nostra amica.
Non ho problemi di oscurità con gli uomini con cui ricerco e che hanno scelto di confrontarsi sul piano della differenza sessuale perché, prima o poi, quando il dialogo rimane aperto, ci si chiarisce, verranno alla luce cose che si intuiscono, quelle che ancora non si vedono e non si svelano. Invece mi fanno problema quegli uomini che mi trovo di fronte, magari in occasioni di incontri politici, sociali, di convivialità oppure solo perchè mariti di parenti, amiche, compagne di lavoro, ecc., che hanno quasi tutti in comune l’arroganza del desiderio di potere.
Qualcuno il potere ce l’ha davvero ed è evidente e lo esercita sul lavoro di prestigio, qualche altro nel partito o/e nelle istituzioni che frequenta. Quelli che non possono esercitarlo nei luoghi preposti, lo praticano in famiglia, nelle relazioni di un ambito ristretto dove certi comportamenti femminili di sopportazione, giustificazione e legittimazione sono tutti da spiegare. E qui non c’è oscuro soltanto nella relazione con gli uomini, ma anche in quella con le donne.
E infatti mi chiedo perché queste donne accettano che i loro mariti siano arroganti, banalizzanti e scorretti con loro e con le altre donne. Queste donne non danno nome alla relazione che hanno con i loro uomini e non nominano il conflitto, tutto va bene. C’è il mantenimento di un potere clandestino che spesso viene lasciato intendere che sia amore. Tanto, gli uomini sono così, non si possono mica ammazzare, estremizza qualcuna.
Così come gli uomini sono convinti di aver fatto l’amore quando hanno avuto un rapporto sessuale fisico con una donna, ci sono donne che dicono di amare perché hanno trovato una forma di convivenza non conflittuale con i loro uomini, che sono comunque sempre tesi a dimostrare la loro importanza. Ho incontrato, osservato, e provo dirli, alcuni di quelli che mi sono sembrati dei lati oscuri dentro le relazioni e/o nei rapporti di coppia. Ecco alcuni esempi: - Il filosofo arrogante e la moglie che scappa verso interessi intellettuali fuori dalla relazione e dice: “è il padre dei miei figli e mi fa comodo per allevarli. Non gli dico mai fino in fondo quello che penso di lui. Non ci arriva, meglio lasciargli la sua illusione di contare.” - Il politico arrogante e la donna che diventa afasica, ma trova la forza per dire: “mi pare proprio che non riesca a capire quello che gli dico, ma affrontiamo tante preoccupazioni insieme. I problemi ci uniscono. Più problemi ci procuriamo e più ha senso il nostro stare insieme. Eppoi lui ha la politica, io ho i miei interessi”. - Il dirigente arrogante e la moglie che compete per dimostrargli che anche lei vale: “tutto sommato il suo potere può e potrebbe venirmi buono. Fa tante cose belle per il mondo, ma c’è poco di lui sia per me che per la famiglia. E’ tanto impegnato a risolvere i problemi mondiali che ha perso il senso delle relazioni quotidiane. Ha paura dei problemi che sorgono nel vivere quotidiano, li ignora o si ritrae”. - L’operaio arrogante e la moglie confusa e avvilita che non sa se mandarlo a quel paese o accettarlo come si accetta chi fa comodo comunque: “perchè per lui la famiglia è tutto quello che ha ed io me ne avvantaggio; ho capito che non c’è niente da fare e lo lascio là. Dovrei cambiare uomo, ma è tardi. - L’impiegato che si dà carica e fa credere a tutti di possedere una famiglia “perfetta” che va d’amore e d’accordo, e una moglie in bilico, che si dibatte tra il sopportarlo come si fa con un bambino di cui si temono le reazioni e il desiderio di libertà che si può realizzare soltanto con persone adulte, e confessa: “E poi mi fa tanta pena, anche se non vuole rendersene conto prova terrore al pensiero di vivere senza di me.” - Il pensionato arrogante che si vanta della brava moglie, ma si guarda bene dal dire che sono separati in casa da vent’anni, mentre la moglie riconosce che: “le condizioni economiche sono tali per cui ho scelto di convivere solo per necessità e mi sono sentita libera da quando non ho più rapporti sessuali. Non c’è relazione di scambio, ma ho messo le cose in chiaro e ho salvato la mia dignità e libertà femminile. Ma non so come far diventare politica tutto ciò.”
E così via, ma qui mi fermo, benché ci siano tanti altri esempi di relazioni in cui non si riesce ad andare fino in fondo e c’è una forma di complicità tra donne e uomini perché i lati oscuri rimangano tali. E c’è un comportamento femminile che è tutto da chiarire, si deve pur capire che cosa è questa sopportazione, che cosa guadagna una donna e con quali compromessi e interessi. Spero che arrivi il momento in cui le donne diranno agli uomini, per primi a quelli che hanno accanto, quello che veramente pensano di loro e troveranno il coraggio di rischiare anche la coppia per realizzare una vera relazione di differenza, per una nuova civiltà dello scambio.
Il guaio è che, se non trovano il modo di dirlo, le donne diventano afasiche o parlano di niente e gli uomini continuano ad andare fuori di sé, con il potere o senza, perché sono crudi, immaturi sul piano della relazione di scambio con il femminile, e restano barbari e continuano ad esprimersi con svariate forme di violenza, da quella verbale-psicologia a quella fisica o rincorrono il potere per inebriarsi e non pensare alla loro impotenza.
Spesso sono le figlie, anche qualche figlio, che capiscono prima delle madri quali siano le situazioni da interrompere, da non vivere più e insieme tentano di dare un nuovo ordine alle relazioni tra donne-uomini. Conosco una giovane amica che, forte del dialogo e dell’amore materno, fin dai primi incontri ha instaurato una comunicazione che aiuta il suo ragazzo a svelarsi. Non a caso questi si pone il problema della qualità della relazione e le rivela il suo stato d’animo. Il giovane si chiede se la cerca e se sta con lei solo perché sente la spinta fisica, per cui gli sembrerebbe di strumentalizzarla, o se vuole prendersi la responsabilità di costruire una relazione d’amore che vada oltre l’atto sessuale in sé. Non so come andranno le cose, ma è certo che alcuni giovani di oggi hanno imparato a parlarsi più chiaramente e di conseguenza possono scegliere con maggiore libertà. E ho incontrato anche giovani donne combattute tra la libertà conquistata dalle madri, che spesso ammirano, e il desiderio di costruirla da sé. Costruirsi la propria libertà, oltre che distinguerle dalle madri, dicono, le fa sentire autonome. E ho speranza in queste giovani donne, nella loro dignità, nel senso che danno alla relazione con gli uomini, nel fatto che li guardano dritti negli occhi; ho speranza nella loro pretesa che anche gli uomini nella relazione si svelino e comunichino il senso che ha per loro lo stare insieme. Penso che riusciranno a far comprendere agli uomini che anche per loro la libertà femminile è un vantaggio, un tesoro immenso di cui possono usufruire. Prima o poi gli uomini capiranno che c’è la necessità di governare la vita, le cose, il mondo insieme.

Spinea, Giugno 2006