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Che esperienza ho degli strumenti di potere?

di Carlo Marchiori

Posso dire di aver poca esperienza di potere, almeno di quello “pubblico” verso gli altri, perché l’ho sempre rifiutato fondamentalmente per tre motivi: - per un rifiuto di responsabilità; - perché mi sentivo inadeguato; - perché ne avevo, in generale, una visione negativa.
Tuttavia l’esperienza di vita mi ha insegnato che l’esercizio del potere è indispensabile: le decisioni vanno prese, qualcuno deve prenderle …
Non starò a parlare di quelli che vogliono il potere: - per i soldi che questo porta; - per il potere in se stesso in quanto si sentono gratificati/realizzati nell’esercitarlo. Con questi (mi) è difficile, talora impossibile, dialogare.
Ho sempre cercato quindi di lavorare con persone che non appartenessero alle categorie di cui sopra, ma con quelle a me ideologicamente vicine, amici, ecc.
Naturalmente ho scoperto presto che anche qui i germi di un potere “cattivo” si annidavano.
Non si trattava di soldi, forse non era questione di “esercitare un potere” ma rimaneva il fatto che talora qualcuno reagiva male alla messa in discussione della sua leadership.
Pertanto mi sono sempre trovato bene (e ho cercato) gruppi o persone che non volessero esercitare il potere in quanto tale. Adesso so anche dare un nome ad un potere “buono” ed è potere condiviso, in cui si è veramente tutti con pari dignità e valore e ciascuno, secondo il caso, il momento e le capacità può essere chiamato ad assumere il potere che è necessario esercitare (vedi l’esempio già citato del gruppo di lavoro “Incontriamoci al caffè” dell’Istituto “8 Marzo” di Mirano e della Margherita di Spinea dove, pur di fronte ad anche notevoli differenze di vedute, nessuno ha un atteggiamento di superiorità sugli altri e pretende di comandare. Non che qualcuno non abbia delle piccole ambizioni personali, ma credo che nessuno sarebbe disposto a sacrificare a queste ambizioni il bene comune).
Rimane tuttavia il problema di definire come si realizzi questo potere buono.
Perché io accetto il potere di un altro? Perché l’altro accetta il mio potere?
Sono state usate delle parole che potrebbero “spiegare” il potere: autorità, consenso, seduzione, forza, debolezza, ecc.
Ho provato a riflettere su di esse.
La parola autorità non mi piace. Nell’immaginario collettivo e anche mio richiama il potere politico a tutti i livelli ed ha una connotazione decisamente negativa. Troppo spesso autorità diventa autoritarismo non solo in chi il potere ce l’ha per ufficio (un dirigente, un capo, ecc.), ma anche perché chi l’ha ricevuta dimentica, appunto, di averla ricevuta e “non ascolta più”.
Preferisco invece il termine autorevolezza anche se non mi è facile definirlo .
Ci sono persone però che emanano/che hanno autorevolezza per quello che dicono, per come lo dicono ma, io credo, soprattutto per come si comportano, perché in qualche parte del nostro cervello noi “registriamo” che sono competenti, sincere, che non hanno secondi fini, ecc.
Ultimamente mi sono trovato bene con la nuova preside perché è una che lavora, che ascolta e che prende atto di quello che le si dice. In poche parole io le riconosco autorevolezza perché mi dà l’impressione che, come me, voglia il bene della scuola e perché anche lei mi riconosce autorevolezza quando mette in pratica quello che le suggerisco. C’è “potere condiviso” benché nei rispettivi ambiti.
Questa autorevolezza presuppone il consenso ma questo noi lo diamo appunto perché “sentiamo” questa autorevolezza, perché avvertiamo che quel problema, in quella situazione, la persona che ci sta di fronte è la più adatta a risolverlo.
L’autorevolezza non è per sempre (sarebbe autorità/rismo) ma è qui e adesso; in un altro momento, per un altro problema, potrei riconoscerla a qualcun altro e mi aspetto (anzi sono sicuro) che questi faccia altrettanto.
Come è stato detto nella riunione dello scorso 18 Novembre di I. e D., a volte ci si stanca di vedere che le cose non vanno come dovrebbero e allora si decide di cambiarle. Di volta in volta c’è quindi qualcuno (autorevole) che porta avanti un discorso e che chiama gli altri ad aiutarlo.
Seduzione non mi piace perché se è vero che puoi “sedurmi” con la tua autorevolezza, è altrettanto vero che tale parola ha, almeno nel mio vocabolario, una connotazione negativa in quanto sembra che uno debba perdere le sue capacità raziocinanti perché ammaliato da chi gli sta di fronte.
Forza ha il difetto della duplicità. Un aspetto positivo: la forza degli argomenti e delle proprie convinzioni. Un aspetto negativo: quello dell’imposizione e della sopraffazione.
Debolezza mi sembra quasi un’arma di cui qualcuno si serve per far fare agli altri quello che vuole. Sembra, a volte, quella forma ambigua di cui può servirsi una donna o un uomo nei confronti dell’altro o dell’altra per fargli fare quello che vuole (una forma di seduzione).

Gabriella diceva che il potere va esercitato evidenziando gli obiettivi . Credo sia fondamentale non solo per una questione di chiarezza e quindi di condivisione, ma anche perché da una parte ciò aiuta noi stessi a renderci consapevoli del perché facciamo/vogliamo una certa cosa e dall’altra perché evidenziare gli obiettivi, a volte, ci costa sacrificio perché dobbiamo “denudare” noi stessi di fronte agli altri e ciò ci rende vulnerabili e quindi dobbiamo fare un atto di fiducia nei confronti di quelli che ci stanno vicino.
Concludendo, solo il potere condiviso o l’autorità circolante in cui ognuno esercita il suo ruolo in base alle sue capacità e attitudini, e questo ruolo gli viene riconosciuto da altri e lui riconosce ad altri il ruolo esercitato in un diverso momento, possono permettere a tutti di lavorare in serenità e amicizia per cambiare, in meglio, il nostro mondo.
Dico nostro nel senso di vicino, piccolo ma che è in prossimità agli infiniti altri piccoli mondi delle persone con cui entriamo in contatto. Rimane quindi la speranza di poter parlare in futuro (chissà quando) di mondo tout court.
D’altra parte l’autorevolezza è buona perché ha un fine buono, ma se non ha la speranza di realizzarlo che autorevolezza è?
E’ l’esempio che conta quindi autorevolezza potrebbe anche essere: “mi fido di te” (Jovanotti)

Spinea, 19 Gennaio 2006