Posso dire di aver poca esperienza di potere, almeno di quello “pubblico” verso
gli altri, perché l’ho sempre rifiutato fondamentalmente per tre
motivi: - per un rifiuto di responsabilità; - perché mi sentivo
inadeguato; - perché ne avevo, in generale, una visione negativa.
Tuttavia l’esperienza di vita mi ha insegnato che l’esercizio del
potere è indispensabile: le decisioni vanno prese, qualcuno deve prenderle …
Non starò a parlare di quelli che vogliono il potere: - per i soldi
che questo porta; - per il potere in se stesso in quanto si sentono gratificati/realizzati
nell’esercitarlo. Con questi (mi) è difficile, talora impossibile,
dialogare.
Ho sempre cercato quindi di lavorare con persone che non appartenessero alle
categorie di cui sopra, ma con quelle a me ideologicamente vicine, amici, ecc.
Naturalmente ho scoperto presto che anche qui i germi di un potere “cattivo” si
annidavano.
Non si trattava di soldi, forse non era questione di “esercitare un potere” ma
rimaneva il fatto che talora qualcuno reagiva male alla messa in discussione
della sua leadership.
Pertanto mi sono sempre trovato bene (e ho cercato) gruppi o persone che non
volessero esercitare il potere in quanto tale. Adesso so anche dare un nome
ad un potere “buono” ed è potere condiviso, in cui si è veramente
tutti con pari dignità e valore e ciascuno, secondo il caso, il momento
e le capacità può essere chiamato ad assumere il potere che è necessario
esercitare (vedi l’esempio già citato del gruppo di lavoro “Incontriamoci
al caffè” dell’Istituto “8 Marzo” di Mirano
e della Margherita di Spinea dove, pur di fronte ad anche notevoli differenze
di vedute, nessuno ha un atteggiamento di superiorità sugli altri e
pretende di comandare. Non che qualcuno non abbia delle piccole ambizioni personali,
ma credo che nessuno sarebbe disposto a sacrificare a queste ambizioni il bene
comune).
Rimane tuttavia il problema di definire come si realizzi questo potere buono.
Perché io accetto il potere di un altro? Perché l’altro
accetta il mio potere?
Sono state usate delle parole che potrebbero “spiegare” il potere:
autorità, consenso, seduzione, forza, debolezza, ecc.
Ho provato a riflettere su di esse.
La parola autorità non mi piace. Nell’immaginario collettivo e
anche mio richiama il potere politico a tutti i livelli ed ha una connotazione
decisamente negativa. Troppo spesso autorità diventa autoritarismo non
solo in chi il potere ce l’ha per ufficio (un dirigente, un capo, ecc.),
ma anche perché chi l’ha ricevuta dimentica, appunto, di averla
ricevuta e “non ascolta più”.
Preferisco invece il termine autorevolezza anche se non mi è facile
definirlo .
Ci sono persone però che emanano/che hanno autorevolezza per quello
che dicono, per come lo dicono ma, io credo, soprattutto per come si comportano,
perché in qualche parte del nostro cervello noi “registriamo” che
sono competenti, sincere, che non hanno secondi fini, ecc.
Ultimamente mi sono trovato bene con la nuova preside perché è una
che lavora, che ascolta e che prende atto di quello che le si dice. In poche
parole io le riconosco autorevolezza perché mi dà l’impressione
che, come me, voglia il bene della scuola e perché anche lei mi riconosce
autorevolezza quando mette in pratica quello che le suggerisco. C’è “potere
condiviso” benché nei rispettivi ambiti.
Questa autorevolezza presuppone il consenso ma questo noi lo diamo appunto
perché “sentiamo” questa autorevolezza, perché avvertiamo
che quel problema, in quella situazione, la persona che ci sta di fronte è la
più adatta a risolverlo.
L’autorevolezza non è per sempre (sarebbe autorità/rismo)
ma è qui e adesso; in un altro momento, per un altro problema, potrei
riconoscerla a qualcun altro e mi aspetto (anzi sono sicuro) che questi faccia
altrettanto.
Come è stato detto nella riunione dello scorso 18 Novembre di I. e D.,
a volte ci si stanca di vedere che le cose non vanno come dovrebbero e allora
si decide di cambiarle. Di volta in volta c’è quindi qualcuno
(autorevole) che porta avanti un discorso e che chiama gli altri ad aiutarlo.
Seduzione non mi piace perché se è vero che puoi “sedurmi” con
la tua autorevolezza, è altrettanto vero che tale parola ha, almeno
nel mio vocabolario, una connotazione negativa in quanto sembra che uno debba
perdere le sue capacità raziocinanti perché ammaliato da chi
gli sta di fronte.
Forza ha il difetto della duplicità. Un aspetto positivo: la forza degli
argomenti e delle proprie convinzioni. Un aspetto negativo: quello dell’imposizione
e della sopraffazione.
Debolezza mi sembra quasi un’arma di cui qualcuno si serve per far fare
agli altri quello che vuole. Sembra, a volte, quella forma ambigua di cui può servirsi
una donna o un uomo nei confronti dell’altro o dell’altra per fargli
fare quello che vuole (una forma di seduzione).
Gabriella diceva che il potere va esercitato evidenziando gli obiettivi .
Credo sia fondamentale non solo per una questione di chiarezza e quindi di
condivisione, ma anche perché da una parte ciò aiuta noi stessi
a renderci consapevoli del perché facciamo/vogliamo una certa cosa e
dall’altra perché evidenziare gli obiettivi, a volte, ci costa
sacrificio perché dobbiamo “denudare” noi stessi di fronte
agli altri e ciò ci rende vulnerabili e quindi dobbiamo fare un atto
di fiducia nei confronti di quelli che ci stanno vicino.
Concludendo, solo il potere condiviso o l’autorità circolante in cui ognuno esercita il suo ruolo in base alle sue capacità e attitudini,
e questo ruolo gli viene riconosciuto da altri e lui riconosce ad altri il
ruolo esercitato in un diverso momento, possono permettere a tutti di lavorare
in serenità e amicizia per cambiare, in meglio, il nostro mondo.
Dico nostro nel senso di vicino, piccolo ma che è in prossimità agli
infiniti altri piccoli mondi delle persone con cui entriamo in contatto. Rimane
quindi la speranza di poter parlare in futuro (chissà quando) di mondo
tout court.
D’altra parte l’autorevolezza è buona perché ha un
fine buono, ma se non ha la speranza di realizzarlo che autorevolezza è?
E’ l’esempio che conta quindi autorevolezza potrebbe anche essere: “mi
fido di te” (Jovanotti)
Spinea, 19 Gennaio 2006