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Contributo di Donatella Franchi

Care amiche e amici di “Identità e Differenza”

Gli scritti che mi avete mandato per me sono importanti perché rimandano ad uno spazio, che voi avete creato, di ascolto fiducioso in cui si può riuscire a trasformare in parola il rapporto con il proprio corpo e quello degli altri, a riflettere con sincerità e responsabilmente sui difficili rapporti tra uomini e donne partendo dalla propria esperienza. E' una pratica di autocoscienza, la novità è che viene fatta insieme a degli uomini. E' confortante vedere in voi questa fiducia reciproca.
E’ un evento vero e proprio.
Mi è stato utile, per quello che riguarda la voce maschile, quello che ha detto Marco e anche un po' Gianni sulla relazione come civilizzatrice di una sessualità maschile che tende ad essere vissuta in modo autoreferenziale (questo è il nocciolo politico del discorso), accontentandosi di proiettare sull'altra il proprio desiderio senza reciprocità, mentre la sessualità dovrebbe essere un modo per
dialogare e scambiare, affrontando i conflitti, dandosi piacere reciprocamente (una cosa che mi ha sempre turbato è il pensiero di una sessualità maschile capace di godere provocando dolore, come nella violenza carnale, gli stupri di guerra ecc.). E' l'autoreferenzialità maschile che porta all'aggressività e alla violenza.
E' necessario prendere coscienza della diversità anche dei desideri. Questo viene fuori bene dallo scritto di Marco dove è presente anche la sua compagna, in questo senso è lo scritto più completo.
Apprezzo il coraggio di Michela, che parla in modo estremamente diretto di cose così intime e difficili da verbalizzare. Mi piace il racconto di Isabella nel tracciare la sua breve autobiografia, come inscritta nel corpo. Riccardo mi sembra più trattenuto.
I vostri scritti mi hanno fatto anche capire il vostro modo di riflettere insieme, il processo del vostro pensiero, quindi li presenterei come lavoro di autocoscienza tra donne e uomini, situandoli in un preciso contesto. Ci sono anche degli spunti per riflettere su certi lati oscuri del femminile, come la seduttività e l’afasia.
Successivamente ho letto anche lo scritto di Adriana e quello di Carla.
Lo scritto di Adriana è un bell' autoritratto, e l'ho veramente gustato per la vivacità e l'ironia con cui esprime senza enfasi e drammi delle cose molto complesse, e che possono causare molta sofferenza.
Mentre leggevo mi sembrava di sentire la sua voce. Ho fatto parecchie risate.
Parla del rapporto con gli uomini esprimendone sfumature e contraddizioni, per cui l'affetto può coesistere con la critica più radicale.
Anche per me è vero che “la causa prima e fondamentale delle guerre è l'ingovernabilità del corpo maschile”. C'è poi nell'esercizio della guerra anche una passione maschile per lo scontro, il corpo a corpo, che può rimandare anche ad un tipo di omossessualità maschile.
Nella guerra, nel lanciare bombe, penso all'esplosione della bomba atomica, c'è qualcosa che fa pensare all’orgasmo maschile, che è un po' come un'esplosione. Questo lo diceva Luce Irigaray, a proposito dell'esplosione nucleare, quando nel 1986 c'è stato il disastro di Chernobyl.
Ho letto uno scritto di uno dei terroristi che guidava uno dei due aerei che hanno sventrato una delle due torri gemelle di New York. Era una specie di diario delle cose che ha fatto negli ultimi giorni prima dell'attentato. Lì c'era l'impoverimento e l'inaridimento di un uomo che ha come punto di riferimento solo un'idea fissa e astratta avulsa da ogni contesto vitale, e l’assenza totale di relazione vera con le donne.
Insomma io misuro la civiltà dal modo in cui si sviluppa il rapporto tra uomini e donne. E' l'unica misura.
Gli uomini che non sanno rapportarsi alle donne non sanno fare politica, cercano lo scontro e non sanno agire i conflitti.
Mi sembra importante il rapporto che Adriana fa tra l'afasia femminile e “l'andare fuori di sé degli uomini”. Le donne che non vogliono confliggere con gli uomini, pur vivendoci accanto, che accettano, mascherano, coprono, hanno delle responsabilità, e prima di tutto nei confronti di se stesse. Questo mi rimanda anche allo scritto di Carla, è vero che ci sono degli stereotipi che le donne pescano passivamente nella cultura degli uomini. Sarebbe importante che dicessero oggi anche quello che amano del maschile, come suggerisce Carla.
Il femminismo mi ha aiutata a capire dove era il mio desiderio, ed è stata una grande liberazione non dovermi più adattare sia fisicamente che culturalmente al desiderio maschile. Ho avuto rapporti coinvolgenti solo con uomini che non erano affascinati dal potere, e che accettavano di essere fragili. Gli uomini “virili”, quelli incapaci di mettersi in discussione, mi sembravano tutti un po' fascisti anche se erano di sinistra e sulle barricate. Ho trovato sempre una forma di schizofrenia negli artisti che spesso sono carenti nei rapporti interpersonali.
Di fatti pur essendo innamorata dell'arte non mi sono mai innamorata di un artista in carne ed ossa.
Sono d'accordo con la conclusione di Carla e con quello che dice Adriana sui giovani, che oggi si parlano molto di più sulla qualità della sessualità.
Purtroppo questo è ancora raro, e c’è una forte manipolazione dei corpi da parte dei media e della pubblicità, che sono stracarichi di stereotipi, e non è facile difendersene e contrastarli.
Io penso che questo accada anche perché le donne e gli uomini sono poco inventivi nel linguaggio che si scambiano tra di loro, come dice Carla, e si arenano quindi nel già pensato e già detto.
Per questo anche nutro molte speranze nel pensiero visivo delle artiste.
Un abbraccio a tutte e tutti.

Donatella Franchi

Bologna, 28.05.06