PREMESSA
Dopo un anno di partecipazione agli incontri con "Identità e
differenza" desidero
comunicare a tutti voi quella che è stata la mia esperienza: ho colto,
passo passo, l'esistenza di una storia di gruppo che dava senso e significato
a parole e gesti. Ho riflettuto sui vostri testi, li ho posti in relazione
ed ho migliorato la consapevolezza di me: le parole di ognuna/o di voi hanno
illuminato il mio passato ed il mio presente rispetto ad una serie di temi
ed in particolare alle diverse modalità di gestione del potere: ho capito
di aver vissuto, lavorato, analizzato una ricca tipologia di testi, ma di aver
poco esplorato la ricchezza, soprattutto femminile, al di là di alcuni
rapporti di amicizia.
Ho cominciato ad applicare il metodo per la consapevolezza: partire da sé,
dal proprio sentire, dai propri desideri: è una strada che utilizzavo
solo in parte nel senso che partivo da me per mettermi nei panni dell'altro
per comprendere in modo empatico le sue gioie ed i suoi dolori. Il mondo dei
desideri è stato poco esplorato perché sono stata educata essenzialmente
a prendermi cura, al dare, all'oblatività: i miei desideri sono passati
in secondo piano. Gli incontri con voi mi hanno fatto riscoprire uno spazio
per me: mi sorprendo ora a scrivere qualcosa di diverso da un verbale, una
relazione, un testo non legato al mio "dovere": mi sembra, dopo un
lungo e faticoso cammino, di aver trovato un'oasi in cui fermarmi a riascoltare
l'eco di tante emozioni spesso sopite dalla tenacia del fare. Sento di aver
acquisito, in funzione di una maggìor coscienza di me, una più ampia
libertà, di essermi in parte scrollata di dosso il macigno dell'iper
responsabilità con cui sono cresciuta. Ho ulteriormente confermato il
valore del "Conosci te stesso" di socratica memoria al fine di migliorare
la relazione con se stesso e la possibilità di una comunicazione efficace
con l'altro. Vi ringrazio tutti di cuore per la vostra autentica accoglienza.
COME ESERCITO IL POTERE
Non credo di aver abdicato al mio potere: l'ho esercitato in modo forse poco
consapevole, ma sempre determinato per l’imprescindibile valore che ho
attribuito al rispetto per la mia persona e per i diversi ruoli che mi sono
trovata a ricoprire. Mi è connaturale la via dell'autorevolezza e soprattutto
del dialogo, della relazione perché pur avendo coscienza dell'inevitabilità del
conflitto, anzi della sua grande utilità se ben gestito, non lo amo
ed in ogni caso devo pervenire alla sua composizione perché altrimenti
perdo 1a serenità che mi garantisce la lucidità di cui ho bisogno
per vivere.
Mi ha sempre aiutato in questo ambito la netta distinzione che ho appreso nelle
mie prime relazioni familiari tra la diversità delle opinioni per le
quali é consentito discutere, litigare rimanere fermi nelle proprie
convinzioni e il rapporto con la persona sia essa genitore, fratello, amico,
collega ...che rimane una ricchezza da salvare e che in assoluto non si identifica
identifica con le sue idee.
Un altro punto chiave relativamente alla mia modalità di gestire il
potere, sta nel gioco vicinanza-lontananza: in molti momenti sono vicina all'altro,
lo sorreggo, lo ascolto .. in altri momenti mi allontano fisicamente e psicologicamente,
ritengo che egli debba esplorare la sua differenza e la sua libertà;
io, però, rimango sempre all'erta, in attesa, sono pronta a rilanciare
l'iniziativa per il primo passo per l'imprescindibile valore che attribuisco
alla persona ed alla relazione. Accanto ai rari momenti di fermezza vivo come
fondamentali le situazioni di disponibilità, di cuore aperto, di empatia.
Lo strumento attraverso il quale so di esercitare il mio potere è l'uso
abbastanza consapevole della parola, non una parola che defluisce naturalmente,
ma una parola sulla quale continuo la mia ricerca quotidiana.
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E' la parola che "definisce", che "nomina", che nella
relazione dà voce a ciò che sento ed a ciò che l'altro
vive; parola che scandaglia il mio e l'altro animo, parola che avvicina, che
costruisce, forse, l'intimità più profonda, parola che allontana,
che segna le distanze.
E' la parola che educa, che genera l'incontro, che guida a riconoscere se stesso,
che dà voce ad intuizioni che diventano coscienza attraverso la codificazione;
parola "contenuta", soppesata, pregnante di significato, allusiva.
Silenzio che è parola di condivisione; silenzio per " non aver
parole", silenzio che è separazione oppure sfiducia nella possibilità di
comunicazione.
E' parola che attende, che è successiva al saper osservare, che cerca
il momento opportuno, ma che sa anche prendere l'iniziativa, sconcertare con
messaggi autentici; è la pazienza di scegliere le parole più opportune
per continui, nuovi tentativi di dialogo.
Il rispetto dei tempi dell'altro, dei suoi silenzi, delle sue aperture dà potere
alla parola.
Spinea, 21 Aprile 2006