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Che cosa penso del potere e come lo esercito?

di Maria Teresa Guglielmin

PREMESSA

Dopo un anno di partecipazione agli incontri con "Identità e differenza" desidero comunicare a tutti voi quella che è stata la mia esperienza: ho colto, passo passo, l'esistenza di una storia di gruppo che dava senso e significato a parole e gesti. Ho riflettuto sui vostri testi, li ho posti in relazione ed ho migliorato la consapevolezza di me: le parole di ognuna/o di voi hanno illuminato il mio passato ed il mio presente rispetto ad una serie di temi ed in particolare alle diverse modalità di gestione del potere: ho capito di aver vissuto, lavorato, analizzato una ricca tipologia di testi, ma di aver poco esplorato la ricchezza, soprattutto femminile, al di là di alcuni rapporti di amicizia.
Ho cominciato ad applicare il metodo per la consapevolezza: partire da sé, dal proprio sentire, dai propri desideri: è una strada che utilizzavo solo in parte nel senso che partivo da me per mettermi nei panni dell'altro per comprendere in modo empatico le sue gioie ed i suoi dolori. Il mondo dei desideri è stato poco esplorato perché sono stata educata essenzialmente a prendermi cura, al dare, all'oblatività: i miei desideri sono passati in secondo piano. Gli incontri con voi mi hanno fatto riscoprire uno spazio per me: mi sorprendo ora a scrivere qualcosa di diverso da un verbale, una relazione, un testo non legato al mio "dovere": mi sembra, dopo un lungo e faticoso cammino, di aver trovato un'oasi in cui fermarmi a riascoltare l'eco di tante emozioni spesso sopite dalla tenacia del fare. Sento di aver acquisito, in funzione di una maggìor coscienza di me, una più ampia libertà, di essermi in parte scrollata di dosso il macigno dell'iper responsabilità con cui sono cresciuta. Ho ulteriormente confermato il valore del "Conosci te stesso" di socratica memoria al fine di migliorare la relazione con se stesso e la possibilità di una comunicazione efficace con l'altro. Vi ringrazio tutti di cuore per la vostra autentica accoglienza.

COME ESERCITO IL POTERE

Non credo di aver abdicato al mio potere: l'ho esercitato in modo forse poco consapevole, ma sempre determinato per l’imprescindibile valore che ho attribuito al rispetto per la mia persona e per i diversi ruoli che mi sono trovata a ricoprire. Mi è connaturale la via dell'autorevolezza e soprattutto del dialogo, della relazione perché pur avendo coscienza dell'inevitabilità del conflitto, anzi della sua grande utilità se ben gestito, non lo amo ed in ogni caso devo pervenire alla sua composizione perché altrimenti perdo 1a serenità che mi garantisce la lucidità di cui ho bisogno per vivere.
Mi ha sempre aiutato in questo ambito la netta distinzione che ho appreso nelle mie prime relazioni familiari tra la diversità delle opinioni per le quali é consentito discutere, litigare rimanere fermi nelle proprie convinzioni e il rapporto con la persona sia essa genitore, fratello, amico, collega ...che rimane una ricchezza da salvare e che in assoluto non si identifica identifica con le sue idee.
Un altro punto chiave relativamente alla mia modalità di gestire il potere, sta nel gioco vicinanza-lontananza: in molti momenti sono vicina all'altro, lo sorreggo, lo ascolto .. in altri momenti mi allontano fisicamente e psicologicamente, ritengo che egli debba esplorare la sua differenza e la sua libertà; io, però, rimango sempre all'erta, in attesa, sono pronta a rilanciare l'iniziativa per il primo passo per l'imprescindibile valore che attribuisco alla persona ed alla relazione. Accanto ai rari momenti di fermezza vivo come fondamentali le situazioni di disponibilità, di cuore aperto, di empatia.
Lo strumento attraverso il quale so di esercitare il mio potere è l'uso abbastanza consapevole della parola, non una parola che defluisce naturalmente, ma una parola sulla quale continuo la mia ricerca quotidiana.

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E' la parola che "definisce", che "nomina", che nella relazione dà voce a ciò che sento ed a ciò che l'altro vive; parola che scandaglia il mio e l'altro animo, parola che avvicina, che costruisce, forse, l'intimità più profonda, parola che allontana, che segna le distanze.
E' la parola che educa, che genera l'incontro, che guida a riconoscere se stesso, che dà voce ad intuizioni che diventano coscienza attraverso la codificazione; parola "contenuta", soppesata, pregnante di significato, allusiva.
Silenzio che è parola di condivisione; silenzio per " non aver parole", silenzio che è separazione oppure sfiducia nella possibilità di comunicazione.
E' parola che attende, che è successiva al saper osservare, che cerca il momento opportuno, ma che sa anche prendere l'iniziativa, sconcertare con messaggi autentici; è la pazienza di scegliere le parole più opportune per continui, nuovi tentativi di dialogo.
Il rispetto dei tempi dell'altro, dei suoi silenzi, delle sue aperture dà potere alla parola.

Spinea, 21 Aprile 2006