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In che rapporto sono la consapevolezza della nostra identità differente e la nostra sessualità?

di Isabella Rinaldi

Rileggendo a distanza di tempo, con un po’ di imbarazzo, la domanda su cui avevo scelto di riflettere, mi sono resa conto che fare questo a partire da me su un tema come la sessualità voleva dire riannodare nel racconto fili della mia storia e investire ancor più intimamente di fiducia lo spazio che condivido con voi . Nei giorni scorsi più volte mi scorrevano in mente le parole possibili; di quel che riguarda il tema della sessualità ho detto poco e con poche persone. Le parole mi paiono sempre difficili da trovare e quelle che si usano solitamente mi sembrano banali e consumate .
Nel momento in cui ho lasciato le parole sul foglio, ognuna di loro ne apriva altre, altri spazi da pensare. Mi è stato utile dare un limite di spazio al discorso che, riletto, mi pare più un abbozzo che metto in comune con voi che ne avete reso possibile l’inizio.

Nel mio percorso di costruzione dell’identità, mai concluso in una vita, la sessualità ha avuto un suo posto molto importante.
A partire dall’infanzia ho sempre avuto un rapporto con il mondo molto desiderante: desiderio di esserci, di essere amata, di piacermi e di piacere, di conoscere, di essere desiderata e riconosciuta.

La sessualità è entrata presto nella mia vita adolescenziale, grazie anche ai tempi storici in cui ho vissuto ed ai luoghi che ho frequentato: è stata un mio modo di conoscere il mondo ma soprattutto, attraverso le relazioni in cui si è tradotta, è stata importante per conoscere me stessa, i miei bisogni, i limiti e i confini, le paure, le priorità, la mia storia antica scritta sul corpo e che, nel corpo, potevo riascoltare.
Da adolescente poche cose mi distoglievano dallo studio, che mi appassionava. La pratica sportiva e il movimento nella natura, talvolta le manifestazioni femministe che vivevo in modo molto fisico: urlare insieme ad altre donne che ero mia era un modo in cui riuscivo a far uscire le rabbie cieche di quell’età, per l’incomunicabilità di una me stessa confusa priva di modelli e riferimenti femminili accettabili. Era l’unico modo che allora avevo per trovare, in situazioni collettive, qualche parola, sempre le stesse, l’ unica voce che a tratti usciva. Oltre a questi momenti collettivi il resto della politica non mi coinvolgeva più di tanto, mi spaventavano certi modi di subordinare le relazioni personali a ideologie confezionate. Come potevo, mi ribellavo, anche se ad agire erano persone che stavano ideologicamente dalla parte che comunque preferivo.
Le più eccitanti e irrinunciabili distrazioni dai doveri di brava ragazza, erano le brevi fughe d’amore. Sperimentare la mia sessualità ha significato uscire in territori sconosciuti alla storia delle donne della mia famiglia, aprirmi alla vita nella trasgressione, iniziando dalle stanze più proibite, in un clima di clandestinità, di rottura con i principi molto rigidi che mia madre aveva ereditato direttamente da sua nonna che l’aveva educata ed era nata nel 1865 in un piccolo paese del Montefeltro. E che ancora si ritenevano vigenti nella nostra famiglia.
La sessualità ha tracciato, a partire da quei primi momenti, una direzione importante, che mi avrebbe fatto cercare attraverso le relazioni, parti di me che solo nella relazione con altre e con altri ho trovato e continuo a incontrare. Vivendo e rivivendo situazioni di grande passione e piacere ma anche di lutto, di abbandono e impotenza, di definizione man mano più consapevole di me .

In controtendenza con le amiche di allora, a vent’anni, mi sono sposata. Il bisogno di amore era molto grande, sentivo molta verità in quella relazione, non mi era possibile a quel tempo percorrere strade diverse che sarebbero state di totale allontanamento dalla mia famiglia di origine. Grazie all’amore di quell’ uomo e alla generosità affettiva del suo mondo di relazioni familiari ho sanato molte insicurezze affettive; attraverso quella relazione ho potuto sperimentare un legame profondo che mi ha fatto attraversare vuoti molto grandi di stima di me e di accettazione. Da quella relazione, dieci anni dopo, è stato necessario e doloroso uscire assumendomi il desiderio di crescita e di affermazione che in quella relazione non poteva più esprimersi. Una rottura soprattutto con i percorsi reiterati delle generazioni precedenti, un ritorno necessario al primo legame con mia madre che in quel momento restava dolorosamente segnato dalle nuove scelte di vita. Un ritorno a quel che sentivo più somigliante a lei, ritrovando il suo amore grande e il mio per lei, la sua energia e innocenza, la grande passione per il suo lavoro e la capacità di conservare parti vive di sé attraverso la fede in Dio e la memoria mai rinnegata della sua giocosità infantile. Ho anche dovuto riconoscerla come donna differente, con un grande credito di amore materno e in grande sofferenza per una vita coniugale arida di affetti su cui non le era data alcuna possibilità di scelta e nel cui scenario, fatto di fallimenti materiali ed affettivi e di smembramenti familiari, sono stata concepita.

Anche in quel momento della vita la sessualità è stata una energia propulsiva.
Slancio e vitalità, compagno e ingombro il desiderio mi ha guidata attraverso il corpo nel cercare il mio posto nel mondo e la mia misura nelle relazioni; conoscerlo e osservalo, contenerlo ed esprimerlo, amarlo o sopportarlo mi ha aiutata a restare fedele alla me stessa che stavo diventando. Ogni volta che non lo sono stata (e non lo sono) presto il corpo parlava, sotto forma di depressione, di apatia, di malattia, di fastidio somatico. Ha sempre parlato così forte che non ho potuto non ascoltarlo, anche se a volte avrei tanto voluto farlo. Le pulsioni e le scelte del corpo sono scomode ma ci identificano in modo inequivocabile. Con questo sfacciato ma fidato compagno di viaggio ho poi intrapreso anche percorsi di aiuto per stare con fiducia in contatto con le emozioni che abitano il corpo, che ne fanno anche lo strumento prezioso di chi come me lavora con la relazione (d’aiuto, educativa, terapeutica,…) e che secondo me dovrebbe essere oggetto/soggetto d’attenzione per tutti/e fin dall’infanzia e soprattutto in questo periodo della nostra vita sociale. E’ in questo luogo che ritrovo anche ora la mia parte autentica, le risorse che rigenerano, i segni che mi identificano, i dolori fisici che risvegliano e interrogano, la calma e il contatto che la vita quotidiana rende difficile, quel sentire che solo poco a poco sta generando riflessività e parola e che le rende libere, non soggiogabili. Lontano dal sentire/sentirsi il mio corpo invece si irrigidisce e perde presa sul mondo che sembra ancora più ostile ed estraneo.
E’ un corpo abitato e sacro quello che intendo, differente dal corpo-immagine che mi rimandano i media , dal corpo-muscolo delle palestre di fitness; è un corpo a più dimensioni talvolta “invisibili agli occhi” , che posso tenere nel mondo anche quando si percepisce dissonante da ciò che mi circonda perché posso imparare ad amarlo così com’è, un corpo da interrogare ma anche da rispettare nelle sue difficoltà (quanto mi è difficile…), frutto di una storia unica, la mia e delle mie relazioni importanti .
E’ il corpo da cui ho imparato anche nella frustrazione del desiderio, quello di ospitare una nuova vita. Dalle reiterate e dolorose esperienze di “fallimento” di quel desiderio e dal doverci/volerci/non poter fare a meno di stare dentro ho ritrovato altri segni, in-scritti nel corpo: un cromosoma avvitato su di sé, un segno parlava ancora della storia unica che mi ha generata e di quella di mia madre, bisognosa di speranza e lacerata da conflitti quando mi ha generata e cresciuta, di sua madre oltreoceano lontana dalle figlie e dalla propria madre. L’intreccio delle storie me l’ha raccontato il corpo anche nei momenti di dolore che lo segnano, gli danno forma. Accettare anche questi è stato ed è importante, possibile, credo, se impariamo in prima persona e testimoniamo la necessità di imparare a volgere, lo sguardo, la luce e la sensibilità anche dentro di noi, a portarci nel mondo responsabilmente con tutto ciò che ci abita e ci interroga , comodamente o scomodamente che sia.

Nel/con il mio corpo continuo, tra apprendimenti più o meno faticosi e desiderio di felicità, nel tempo che passa e trasforma, ad aver voglia di muovermi, di giocare, di amare; soffro molto nell’impotenza e nell’immobilità imparo con fatica dalle incapacità. Nel/con il corpo vivo il bisogno di relazioni autentiche per non perdermi, per stare nel maggior agio possibile con altri e altre che desiderano conservare e far crescere legami e scambi anche attraversando il conflitto (quello con sé stesse/i in primis) , con cui abitare la vita in libertà e amore e avere cura della natura, della bellezza, del mondo. Per condividerlo e consegnarlo possibilmente più ospitale alle successive generazioni e lasciare in chi ce lo ha consegnato la serenità dell’aver dato senso e continuità alla vita vissuta .

Spinea, 17 Febbraio 2006