Il potere è una parola che mi suona negativamente perché per
me è sempre stata sinonimo di prevaricazione, arroganza e prepotenza.
Dopo un’ulteriore dibattito sul tema, tra noi di Identità e Differenza,
e aver sentito come ognuno/a dia diversi significati alla questione del potere,
sento quanto mai necessario fare alcune distinzioni.
La consapevolezza è sicuramente una tra le più importanti. Consapevolezza
tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Chi lo esercita può farlo
perché gli è stato delegato democraticamente dagli altri o perché ha
un ruolo di responsabilità nel lavoro (capoufficio, manager, preside …)
o in famiglia (genitori, tutori …). Chi lo subisce può farlo perché gli è comodo
non prendersi responsabilità, nel lavoro, in famiglia, in gruppi organizzati,
o perché non è capace a far altrimenti (donne di precedenti generazioni,
lavoratori lavoratrici in nero ricattabili, figli piccoli).
Il fine o l’obiettivo è un altra distinzione fondamentale: esercizio
del potere per avere più soldi, più prestigio, per far alleanze
contro … (potere cattivo), oppure offrirsi e farsi utilizzare come risorsa,
cioè mettere le proprie maggiori capacità in un dato campo a
disposizione degli altri (potere buono).
Nella nostra Associazione, da sempre, facciamo uno sforzo per riconoscere questo “potere
buono” in ogni altro/a, anche se espresso solo come desiderio. Il riconoscimento
cioè di quel particolare punto forte di ognuno/a che fa la differenza
tra le persone e che abbiamo chiamato autorità circolante, riconoscimento
indispensabile nelle relazioni autentiche non strumentali.
Io come donna, moglie e madre, mi interrogo in particolare su:
“
C’è un modo femminile e materno di decidere per gli altri? E’ solo
positivo o presenta anche dei lati oscuri?”
Personalmente ho deciso e decido per altri solo quando ho una delega o quando
devo fare un servizio di cura, ad es. a mia figlia quand’era piccola
o a persone ammalate.
L’aspetto positivo di questo mio fare è che cerco sempre di non
perdere di vista perché lo faccio e perché in quel modo. Penso
infatti che il potere, esercitato consapevolmente, ha bisogno di essere nominato
e spiegato con parole adatte ad ogni situazione, così da avere possibilmente
un riconoscimento dagli altri.
Guardandomi intorno, e attingendo anche dall’esperienza di altre donne,
vedo che alcune esercitano un potere decisionale materno non solo con i figli
ma anche con i mariti, compagni, colleghi maschi ecc., perché non possono,
o non vogliono, venir meno all’immagine di donna sicura e responsabile
che rappresentano, o semplicemente perché non sono capaci di delegare.
Se queste si ritrovano in questa immagine, se si sentono a loro agio, va bene
così, ma se c’è un malessere, se la responsabilità e
il dover decidere, tenendo conto sempre degli altri, è un alibi per
non riconoscere la propria fragilità, se è una giustificazione
per non avere mai il tempo o il modo per scavare dentro di sé e trovare
il proprio reale desiderio profondo, appare un lato oscuro su cui dover riflettere.
Un altro lato oscuro, sempre molto femminile, può esserci con il compiacimento.
Il compiacere chi ci sta vicino non sempre è un atto d’amore ma
può servire a crearsi lo spazio necessario, o farsi dare la fiducia
necessaria, per decidere poi indisturbate. Anche questo credo sia un fatto
culturale legato ai ruoli.
Nel fare un servizio poi, che il più delle volte viene fatto perché professionalmente
preparate, o per necessità, o per dare amore, talvolta per chiederne,
insomma anche con tutte le migliori intenzioni, appare un lato oscuro insidioso:
si può creare dipendenza e perderne in libertà, perché chi
usufruisce del servizio si prende il diritto di pretendere sempre di più.
Io credo però che ogni lato oscuro, di questo modo femminile e materno
di decidere, si possa illuminare rifacendosi a una sempre maggior consapevolezza
della propria identità differente, senza paura di dover gestire anche
quei conflitti che derivano dall’esercizio del potere personale.
Spinea, 16 Febbraio 2006