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Che esperienza ho degli strumenti di potere?

(autorità, consenso, seduzione, forza, minaccia, coercizione, etc.)

di Marco Sacco

Lavoro
Vivo una situazione lavorativa caratterizzata da contratti di lavoro di tipo nuovo che prevedono pochissime tutele del lavoratore dal punto di vista della durata, degli oneri pensionistici, della malattia verso l’azienda datrice di lavoro.
Nella mia azienda, in cui mi trovo sostanzialmente bene, il potere è stato usato (e viene usato) in un modo che mi ha stupito perché non mi era noto. Sono successi i seguenti fatti:

In questa situazione, forse più che in altre, il mio rapporto di lavoro con l’azienda va definito attraverso continue contrattazioni. Queste possono essere basate sulla forza o sul rispetto e l’accettazione dell'altro. Quando mi trovai a discutere per la prima volta la mia situazione, alcuni anni fa, ebbi a dire al capo che preferivo essere trattato correttamente piuttosto che chiedere più soldi e lui mi disse: “Male! Tu devi richiedere più denaro, non ti aspettare che noi costruiamo con te un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto”. La scelta era quindi stata fatta e non potevo cambiarla unilateralmente essendo io la parte “debole” della relazione. Potevo solo decidere se utilizzare la stessa modalità e cercare di ottenere qualcosa di utile dal rapporto secondo un approccio utilitaristico oppure continuare a sbattere la testa contro il muro.

E’ vero però anche che le situazioni che si presentano nella vita sono complesse e nel rapporto con un’organizzazione di lavoro è possibile utilizzare un approccio diverso a seconda delle persone con cui si ha a che fare o di altre caratteristiche del contesto. L’esperienza del potere come autorità, sorretto quindi dalla coercizione, riguarda il rapporto con la dirigenza.

Da molti anni lavoro con un collega maschio di sessant’anni, di istruzione alta, che mi ha fatto da guida nel lavoro (rapporti con colleghi, progettazione, partenariato, gestione di progetti, rendicontazione, etc). Lui non ha mai utilizzato il suo potere in maniera diretta per farmi fare qualcosa. Il suo approccio è stato sempre di condivisione, di ricerca di consenso, teorizzato anche, per cui lui sostiene di aver lasciato il lavoro nella scuola perché non sopportava più di comandare. E’ vero anche che non gli piace essere comandato, ma è difficile trovare un altra persona così tollerante nei confronti delle idee e dei modi di agire degli altri. Qualche rara volta ho avuto l’impressione che mi utilizzasse anche per raggiungere fini di utilità personale, ma sempre attraverso metodi tendenti al consenso.

Per quanto mi riguarda, cerco di gestire i rapporti e le situazioni con ottimismo e impegno fiducia negli altri. Questo mi consente:

Volontariato
Negli ultimi 10 anni, ho fatto parte di varie associazioni di volontariato con ruoli “dirigenziali”. Il problema del potere lo ho quindi vissuto nell’ottica di come far fare agli altri alcune cose: quelle che ritenevo giuste per l’associazione ma soprattutto quelle che si era deciso insieme. Capita spesso, infatti, che si prenda collegialmente una decisione ma che poi al momento di metterla in pratica solo alcuni rimangono al proprio posto. In quelle occasioni seppure in maniera oscillante, il mio atteggiamento principale è stato quello di accettare il fatto che in un contesto di lavoro volontario non c’è la possibilità di far fare agli altri ciò che si vuole ovvero di esercitare potere. Non si poteva usare la coercizione.

Mi è venuto in mente raramente di usare la seduzione nel senso di fare vedere il risultato positivo che accadrà se tutti ci si impegna. Non mi riesce invece di usare la seduzione come adulazione mirante a rendersi amico qualcuno per potergli chiedere qualcosa.

Nell’ultimo periodo ho cercato però di far leva sulla relazione e sul senso di responsabilità: “fai questo in virtù del fatto che te lo chiedo io” oppure “fai questo perché ti sei preso un impegno”. Forse in questi casi è in gioco l’autorevolezza, che però non è facile possedere.

Vicinato
Abbiamo un vicino, ex proprietario della casa nella quale abitiamo, con il quale abbiamo dei sospesi relativamente alla costruzione di alcune opere murarie e recinzioni. Nel venderci la casa e negli accordi per le opere successive il vicino si è sempre comportato in maniera “egoistica” mettendo in primo piano i propri interessi a scapito del rapporto di buon vicinato, anche quando in palio c’era ben poca cosa. Vorrei avere il potere di fargli fare ciò su cui ci siamo accordati secondo una logica di comprensione delle esigenze reciproche ed in vista di quello che a me sembra il bene comune.
Fino a poco tempo fa il rapporto che cercavamo di instaurare era di cordialità e disponibilità. Ci si aspettava che dall’altra parte ci fosse un simile atteggiamento. Non credo però che il nostro atteggiamento si potesse chiamare di seduzione perché il suo scopo non era quello di ottenere qualcosa in cambio ma era invece spontaneo.
In assenza di cambiamenti radicali, la relazione tra la nostra famiglia e la sua sarà basata sul tentativo di aver meno a che fare possibile gli uni con gli altri perché ora ci sembra che qualsiasi cosa riceviamo da lui, anche apparentemente positiva, potrebbe essere usata in un secondo momento come merce di scambio.

Spinea - 21 gennaio 2006