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Come subiamo il potere? Come possiamo interloquire con chi esercita un potere su di noi? Come possiamo tenerlo sotto controllo?

di Carla Turola


Il potere impotente

Ho scelto queste domande perché in qualche modo riguardano consapevolezza e scelte che nella mia vita si sono fatte sempre più precise. Ho orrore dei rapporti di forza, in tutti gli ambiti e diffido anche del potere, che avrebbe la pretesa di regolamentare e limitare l’uso della forza, ma che, al massimo, riesce a ritualizzarla e a spostarla di qua e di là, a seconda di come conviene. Diffido anche del potere che decide (o non decide) per gli altri, sia in ambito pubblico che privato, quando non è richiesto e contrattato. Così nella mia vita mi sono allontanata sempre di più sia dai rapporti di forza che dall’esercizio del potere. Non mi piace decidere per gli altri. Non che mi spaventi il peso della responsabilità. Quando serve, quando mi viene richiesto e non c’è nessun altro che lo possa fare, lo faccio. Ma non mi piace, non provo alcun piacere. E’ un impegno difficile e rischioso. Si rischia di passar sopra all’altro che non possiamo pretendere di conoscere, se non sommariamente. Rischiamo di interpretare i suoi bisogni secondo i nostri, di proiettare su di lui/lei i nostri desideri e le nostre paure. Ma se è relativamente facile sottrarsi al ruolo attivo del potere è pressoché impossibile scansare quello passivo, quello di subire le decisioni o, peggio, le imposizioni altrui. La mia vita di oggi è segnata dalla necessità, di assistere mia mamma, nella limitatezza delle forze e delle risorse che abbiamo a disposizione. La mia vita di oggi ha qualche consapevolezza in più: quella della pena dei nostri limiti e del nostro finire, salvo essere particolarmente fortunati, in strutture estranee che decidono per noi gli ultimi giorni della nostra vita. Intanto, non so cosa farò domani. Lo deciderà l’andamento della malattia di mia mamma, ovviamente, ma lo deciderà anche un medico o un caposala. Lo deciderà, oltre alla mia stanchezza, la burocrazia. Dipenderà dalla disponibilità di un posto in un reparto di ospedale anziché in un altro, dalla possibilità, o meno, di ottenere un trasporto. Tutte queste cose decideranno, non io. Io posso solo decidere se accompagnare o meno mia mamma in questo duro cammino. Per il momento sento che lo devo fare, oltre che per motivi affettivi, anche per non sottrarmi ad un’esperienza che mi sta insegnando molto della condizione umana in generale e della mia in particolare.
Ho sentito di dover partire necessariamente da qui, perché è la situazione che sto vivendo e che mi assorbe quasi tutte le energie e le emozioni. Ancora una volta, parlandone, so che ne posso salvare una parte. Se qualcuna, qualcuno ne condivide il senso, diventa un guadagno simbolico per me e per chi altro vuole guadagnarci. Non tutto finisce nello sfinimento e nella nausea. E se io, per stanchezza, non trovo tutte le parole, spero che parlino per me le amiche e gli amici.
Osservando la situazione in cui mi trovo ho forse imparato qualcosa di più sul potere. Noi chiediamo al potere (in ogni ambito) di prendere velocemente le decisioni migliori, di risolvere i problemi di una società complessa, che controlli e limiti i rapporti di forza. Insomma ci aspettiamo che il potere sia uno strumento al nostro servizio, che possa essere utile ed efficace. Invece mi sono trovata di fronte ad una strana struttura: un po’ demenziale, un po’ stupida, un po’ furba. Vien da pensare che gran parte delle risorse vengano impiegate dal potere per autoriprodursi, per mantenere piccole e grandi rendite, privilegi e clientele. Ho visto un potere impotente a risolvere anche questioni che a me sembrano banali.

Potere e differenza

Ho scelto queste domande per le mie riflessioni, non solo perché, come ho detto, sto vivendo una situazione di forte dipendenza da decisioni altrui, ma perché credo che, in varia misura, riguardino la stragrande maggioranza delle persone. Infatti penso che, in genere, sia molto maggiore il potere che subiamo di quello che esercitiamo.
Inoltre ritengo che, per una politica come la nostra, che non vuole e non ha bisogno della presa del potere, una delle questioni più importanti, se non la più importante, sia quella di capire come rapportarsi con chi ha il potere o lo persegue. E’ la domanda a cui spesso ritorniamo: quali mediazioni attivare per interagire con il potere, per tentare di renderlo più consono alle esigenze individuali e alla qualità delle relazioni umane?
Ho così riflettuto sulla funzione del potere, anche alla luce di quanto, fino ad ora, è stato detto nei nostri incontri. Le forme di potere sono molteplici, tanto che sarebbe più giusto parlare di poteri, al plurale, visto che c’è il potere finanziario, quello dell’informazione, delle istituzioni, della cultura ecc. ecc., D’altro canto, la funzione del potere mi sembra sempre quella: decidere per gli altri o quanto meno influire, in maniera diretta o indiretta, con vari strumenti, sulla vita degli altri, con lo scopo di regolare e organizzare i rapporti sociali.
C’è chi subisce di più e chi di meno le decisioni e l’influenza altrui. Basta farci queste due domande per collocarci in una scala di grandezze:
“ Quanto della mia vita è deciso da altri?”, “Quanto della vita di altri è deciso da me?”.
Bisogna pur dire che, quasi sempre, siamo consenzienti a che altri decidano per conto nostro. Spesso incarichiamo esplicitamente altri a decidere per noi. Il sistema politico della rappresentanza funziona in questo modo: diamo l’incarico a uno/una di decidere per molti e, contemporaneamente, acconsentiamo a divenire un’unità indistinta di quei molti, anche se poi le decisioni ricadono inevitabilmente sulla nostra individualità, sulla particolare nostra singolare esistenza.
Anche nella politica delle relazioni, nella nostra politica, si acconsente di aderire a decisioni prese da altri. Inoltre, il riconoscimento di autorevolezza non è un fatto formale, produce modifiche e spostamenti. Ma sappiamo, per esperienza, che, in questo ambito, che è quello di relazioni politiche e nello stesso tempo personali, la “misura” del potere è presa di volta in volta, in base all’autorevolezza riconosciuta e alla fiducia accordata. E chi decide per gli altri e le altre non dà una norma, una legge, ma indica un percorso, propone un’azione sapendo e volendo che l’altro, l’altra, possa farne una traduzione nel suo personale contesto, possa togliere, aggiungere e rilanciare.
Io non credo che si possa quindi parlare di potere buono o potere cattivo. Non credo che questa, come chiamarla? Attitudine umana possa in sé definirsi buona o cattiva. Se dovessi definirla con degli aggettivi, direi che è “utile ma pericolosa”, come il gas, per fare un paragone domestico. Tanto che anche nelle società “moderne” il dibattito continua ad essere aperto sulle possibilità di controllare i poteri, di controbilanciarli, ecc.
Io insisterei piuttosto sulla distinzione che ho fatto prima e che anche altre/i hanno fatto. Tra il potere come conseguenza di una delega astratta e impersonale (del tipo voto un partito, scelgo un amministratore più o meno a caso, il nome di un medico da una lista, ecc., e il potere come frutto di una relazione personale basata sulla fiducia e sul riconoscimento di autorevolezza. Questa distinzione, ne contiene un’altra che è quella se il potere lo esercita una donna o un uomo: distinzione che diventa evidente però solo nel potere che chiamo, per comodità, “relazionale”.
Infatti nel potere che chiamo, sempre per comodità “sociale”, quello che funziona per deleghe e rappresentanze, sappiamo che il ruolo prevale sulla persona e sulla sua differenza. Il ruolo, per funzionare, sembra che debba fare astrazione, diventare impersonale e neutro (in realtà pensato, alla lontana, ma non troppo, da uomini maschi). Ho detto sembra perché, invece, io non ci credo. Anzi, credo che sia proprio questo il punto debole del potere, o meglio di quel sistema di poteri che vorrebbe organizzare la società. Poi ci tornerò, ma intanto mi sembra che si debba tener conto, anche nel potere sociale, se chi lo esercita è un uomo o una donna. Non per dire se è meglio lei o lui, ma per capire meglio le discrepanze, le sfasature e trovare le mediazioni, le interazioni.
Dicevo che non funziona. Non funziona più. I problemi diventano sempre più complessi e i sistemi escogitati dal potere per risolverli paradossalmente li aggravano. Inutile farne l’elenco. Lo conosciamo anche troppo bene e si allunga sempre di più. Il rischio è che a fronte di una matassa sempre più aggrovigliata di problemi sempre più planetari si vada verso sistemi, nei fatti, sempre meno democratici, nel tentativo (illusorio) di porvi rimedio. Insomma c’è il pericolo che, a seguito della sfiducia e della insicurezza e a fronte di una classe dirigente senza coraggio, vengano invocate misure “forti”.
Di fatto le strutture di potere stanno diventando sempre meno utili (a prendere decisioni rapide ed efficaci) e sempre più pericolose, cioè utilizzate impropriamente e in eccesso.
Da molti, troppi anni esistono degli scollamenti pericolosi tra il potere e la realtà che dovrebbe dirigere e organizzare. Me ne vengono in mente tre.
Il primo è lo scollamento tra potere e autorevolezza. Sappiamo i sondaggi che parlano di sfiducia nelle istituzioni. E’ diventato quasi un luogo comune, una banalità.
Il secondo è con la capacità di governare un’economia che sta velocemente cambiando. Dopo una fase di consumismo che ha portato una parte della popolazione mondiale a vivere come a Disneyland e tutto il resto a morire di fame, ora nessuno di quelli che dovrebbero decidere sa più cosa fare.
Il terzo è quello, secondo me, più importante: le strutture di potere sono state sopravanzate dalla società che è, ormai, una società di donne e di uomini, mentre le strutture di potere sono ancora conformate al maschile. Da un maschile che ha voluto darsi forma neutra e impersonale ma, tutto sommato, ancora con la memoria genetica di una organizzazione sociale – il patriarcato – che non esiste più.
Da qui gli affanni di vario tipo, dal tentato recupero di autorità pescando nei dettami della morale cattolica (ma non nel suo significato più profondo) al reclutamento (a denti strettissimi) di donne nei partiti e nelle istituzioni.
Non è un caso, che ultimamente, il potere (leggi: governo, partiti, gerarchia ecclesiastica, scienziati) si occupi molto delle donne, del loro corpo e della loro vita.
In questo modo il potere (e chi lo detiene) spera di accorciare la distanza che le donne hanno preso ormai da molti anni da regole, norme e convenzioni che il patriarcato aveva deciso per loro. Ed anche la strada della parità delle opportunità e dei diritti, se alle donne ha portato qualcosa, al potere, che sperava di approfittarne, ha portato meno del previsto. Oltre ad essere in conflitto con se stesso (il potere non può concedere nulla, senza rischiare tutto), rimane comunque sempre quella inquietante eccedenza femminile, quella differenza irriducibile che non si adatta, non ci sta e se le accade di sentirsi troppo compressa, grida e grida forte.
Le donne della mia generazione hanno segnato con un gesto simbolico - quello di ritrovarsi, nella politica, separatamente dagli uomini - hanno segnato questa distanza che, in varie forme, è sempre esistita. Il potere non sopporta chi si sottrae ad esso, poco o tanto. Chi poco o tanto mostra di poterne fare a meno, di vivere bene lo stesso e magari meglio. Il potere ha bisogno che ci sia adesione ai modelli che propone.
Quando lavoravo in ufficio, fin che ho potuto, ho rifiutato di fare straordinari. Il capo, che era un fautore della monetizzazione spinta, non sapeva come convincermi. Non riusciva a capire come non ambissi a cambiare l’auto o a vestirmi alla moda. Purtroppo non sono riuscita a fargli capire che il tempo libero, proprio perché libero non ha prezzo. Per quasi un decennio anche i miei colleghi maschi la pensavano come me. Credo che in questo c’entrasse molto il rapporto con le loro compagne, mogli, fidanzate. (Poi cambiarono rotta. La cosa più importante divennero i soldi per comperare, per appropriarsi degli status symbol, fossero anche in versione pop).
L’adesione al consumismo spinto per gli uomini è una identificazione, per le donne è un’evasione.
Le donne evadono, deviano, non c’è niente da fare, sono ingovernabili. Una volta fuori dai ruderi patriarcali non stanno più ferme, non si sa cosa vogliono, parità e differenza, figli e carriera, tutto e il contrario di tutto.
Le donne, in questi ultimi decenni hanno smitizzato il potere e la sua immagine: quella del maschio dominante nelle sue molteplici versioni.
Ma il potere ha bisogno di sedurre e crea continuamente nuovi miti: la fama, il successo, l’appeal. Perfino la banalità, la volgarità diventano modelli in cui riconoscersi. E’ una via, secondo me, senza uscita che fa perdere sempre più potere al potere e lo rende sempre più pericoloso. Invece ci sarebbe l’occasione perché il potere rinunciasse al mito e accogliesse un’immagine forte e reale: quella della differenza sessuale e della sua asimmetria.
La sessualità del maschio dominante era il piacere del possesso. L’altro, l’altra era un oggetto o, nel migliore dei casi, un soggetto complementare e compiacente. La sessualità della differenza è il piacere della creatività tra due soggetti che ammettono di non conoscersi ma che vogliono incontrarsi.

Fin qui ho detto come subiamo il potere. Ora dovrei dire come possiamo interloquire, come possiamo tenerlo sotto controllo.

Qualche cosa, qua e là l’ho già detta.
Quindi, forse si tratta di ricapitolare.
La prima cosa è quella di far capire molto chiaramente che il potere non significa automaticamente autorevolezza e consenso. Chi ha il potere di decidere qualsiasi cosa per noi deve sapere che ci sta fornendo un servizio in cambio di un compenso che può perdere se non si guadagna la nostra stima. Il problema è che questo qualcuno è sempre più distante è sempre più un’entità astratta “…Ha deciso così la dirigenza…hanno recepito una direttiva….europea…”
Bisogna avere la capacità di indignarsi, di arrabbiarsi. Non importa se il nostro interlocutore, interlocutrice è l’ultimo della scala gerarchica, è quello che dice “E’ inutile che lo dica a me…tanto non posso farci niente” Non c’è nessun motivo per lasciarlo/a tranquillo. Deve sapere i nostri sentimenti oltre che le nostre ragioni. Bisogna spostarlo dal ruolo neutro, fargli, farle sentire che per noi è soprattutto un uomo o una donna. Gli/le riuscirà più facile provare empatia per noi.
Bisogna chiedere a chi ha un compito dirigenziale più coraggio. Deve osare, rischiare, rompere gli schemi.
E’ necessario mostrarsi indipendenti, non farsi sedurre dai miti, dai prodotti del consumismo, dalle mode, dagli status symbol.

Alcuni suggerimenti, me li hanno dati delle amiche, nel corso degli ultimi anni:

Cercare la bellezza nella relazione, nominarla, farla vedere anche nei luoghi più impensati.
Cercare di dire e di far dire la verità.
Rifiutare i comportamenti di massa, l’idea di collettività.
Promuovere la singolarità sessuata e relazionale.
Non mettere l’altro (anche se potente) al posto di Dio.
Di fronte ai soprusi, mostra dignità.
Se l’altro ti passa sopra, metti Dio dalla tua parte (o la Libertà, l’Amore, la Verità)

Ripeto quello che abbiamo detto molte volte: bisogna trovare il modo di immettere nelle strutture di potere sociale le caratteristiche del potere relazionale, basato sulla fiducia, sul riconoscimento di autorevolezza e sulla consapevolezza della differenza sessuale. Procedendo dal basso all’alto, dal piccolo al grande. Quello che mi sento di sottolineare, viste le esperienze che sto facendo, è che, per farlo, bisogna passare necessariamente attraverso una sana pratica del conflitto.

Spinea, 17 Febbraio 2006