Il potere impotente
Ho scelto queste domande perché in qualche modo riguardano consapevolezza
e scelte che nella mia vita si sono fatte sempre più precise. Ho orrore
dei rapporti di forza, in tutti gli ambiti e diffido anche del potere, che
avrebbe la pretesa di regolamentare e limitare l’uso della forza, ma
che, al massimo, riesce a ritualizzarla e a spostarla di qua e di là,
a seconda di come conviene. Diffido anche del potere che decide (o non decide)
per gli altri, sia in ambito pubblico che privato, quando non è richiesto
e contrattato. Così nella mia vita mi sono allontanata sempre di più sia
dai rapporti di forza che dall’esercizio del potere. Non mi piace decidere
per gli altri. Non che mi spaventi il peso della responsabilità. Quando
serve, quando mi viene richiesto e non c’è nessun altro che lo
possa fare, lo faccio. Ma non mi piace, non provo alcun piacere. E’ un
impegno difficile e rischioso. Si rischia di passar sopra all’altro che
non possiamo pretendere di conoscere, se non sommariamente. Rischiamo di interpretare
i suoi bisogni secondo i nostri, di proiettare su di lui/lei i nostri desideri
e le nostre paure. Ma se è relativamente facile sottrarsi al ruolo attivo
del potere è pressoché impossibile scansare quello passivo, quello
di subire le decisioni o, peggio, le imposizioni altrui. La mia vita di oggi è segnata
dalla necessità, di assistere mia mamma, nella limitatezza delle forze
e delle risorse che abbiamo a disposizione. La mia vita di oggi ha qualche
consapevolezza in più: quella della pena dei nostri limiti e del nostro
finire, salvo essere particolarmente fortunati, in strutture estranee che decidono
per noi gli ultimi giorni della nostra vita. Intanto, non so cosa farò domani.
Lo deciderà l’andamento della malattia di mia mamma, ovviamente,
ma lo deciderà anche un medico o un caposala. Lo deciderà, oltre
alla mia stanchezza, la burocrazia. Dipenderà dalla disponibilità di
un posto in un reparto di ospedale anziché in un altro, dalla possibilità,
o meno, di ottenere un trasporto. Tutte queste cose decideranno, non io. Io
posso solo decidere se accompagnare o meno mia mamma in questo duro cammino.
Per il momento sento che lo devo fare, oltre che per motivi affettivi, anche
per non sottrarmi ad un’esperienza che mi sta insegnando molto della
condizione umana in generale e della mia in particolare.
Ho sentito di dover partire necessariamente da qui, perché è la
situazione che sto vivendo e che mi assorbe quasi tutte le energie e le emozioni.
Ancora una volta, parlandone, so che ne posso salvare una parte. Se qualcuna,
qualcuno ne condivide il senso, diventa un guadagno simbolico per me e per
chi altro vuole guadagnarci. Non tutto finisce nello sfinimento e nella nausea.
E se io, per stanchezza, non trovo tutte le parole, spero che parlino per me
le amiche e gli amici.
Osservando la situazione in cui mi trovo ho forse imparato qualcosa di più sul
potere. Noi chiediamo al potere (in ogni ambito) di prendere velocemente le
decisioni migliori, di risolvere i problemi di una società complessa,
che controlli e limiti i rapporti di forza. Insomma ci aspettiamo che il potere
sia uno strumento al nostro servizio, che possa essere utile ed efficace. Invece
mi sono trovata di fronte ad una strana struttura: un po’ demenziale,
un po’ stupida, un po’ furba. Vien da pensare che gran parte delle
risorse vengano impiegate dal potere per autoriprodursi, per mantenere piccole
e grandi rendite, privilegi e clientele. Ho visto un potere impotente a risolvere
anche questioni che a me sembrano banali.
Potere e differenza
Ho scelto queste domande per le mie riflessioni, non solo perché, come
ho detto, sto vivendo una situazione di forte dipendenza da decisioni altrui,
ma perché credo che, in varia misura, riguardino la stragrande maggioranza
delle persone. Infatti penso che, in genere, sia molto maggiore il potere che
subiamo di quello che esercitiamo.
Inoltre ritengo che, per una politica come la nostra, che non vuole e non ha
bisogno della presa del potere, una delle questioni più importanti,
se non la più importante, sia quella di capire come rapportarsi con
chi ha il potere o lo persegue. E’ la domanda a cui spesso ritorniamo:
quali mediazioni attivare per interagire con il potere, per tentare di renderlo
più consono alle esigenze individuali e alla qualità delle relazioni
umane?
Ho così riflettuto sulla funzione del potere, anche alla luce di quanto,
fino ad ora, è stato detto nei nostri incontri. Le forme di potere sono
molteplici, tanto che sarebbe più giusto parlare di poteri, al plurale,
visto che c’è il potere finanziario, quello dell’informazione,
delle istituzioni, della cultura ecc. ecc., D’altro canto, la funzione
del potere mi sembra sempre quella: decidere per gli altri o quanto meno influire,
in maniera diretta o indiretta, con vari strumenti, sulla vita degli altri,
con lo scopo di regolare e organizzare i rapporti sociali.
C’è chi subisce di più e chi di meno le decisioni e l’influenza
altrui. Basta farci queste due domande per collocarci in una scala di grandezze:
“
Quanto della mia vita è deciso da altri?”, “Quanto della
vita di altri è deciso da me?”.
Bisogna pur dire che, quasi sempre, siamo consenzienti a che altri decidano
per conto nostro. Spesso incarichiamo esplicitamente altri a decidere per noi.
Il sistema politico della rappresentanza funziona in questo modo: diamo l’incarico
a uno/una di decidere per molti e, contemporaneamente, acconsentiamo a divenire
un’unità indistinta di quei molti, anche se poi le decisioni ricadono
inevitabilmente sulla nostra individualità, sulla particolare nostra
singolare esistenza.
Anche nella politica delle relazioni, nella nostra politica, si acconsente
di aderire a decisioni prese da altri. Inoltre, il riconoscimento di autorevolezza
non è un fatto formale, produce modifiche e spostamenti. Ma sappiamo,
per esperienza, che, in questo ambito, che è quello di relazioni politiche
e nello stesso tempo personali, la “misura” del potere è presa
di volta in volta, in base all’autorevolezza riconosciuta e alla fiducia
accordata. E chi decide per gli altri e le altre non dà una norma, una
legge, ma indica un percorso, propone un’azione sapendo e volendo che
l’altro, l’altra, possa farne una traduzione nel suo personale
contesto, possa togliere, aggiungere e rilanciare.
Io non credo che si possa quindi parlare di potere buono o potere cattivo.
Non credo che questa, come chiamarla? Attitudine umana possa in sé definirsi
buona o cattiva. Se dovessi definirla con degli aggettivi, direi che è “utile
ma pericolosa”, come il gas, per fare un paragone domestico. Tanto che
anche nelle società “moderne” il dibattito continua ad essere
aperto sulle possibilità di controllare i poteri, di controbilanciarli,
ecc.
Io insisterei piuttosto sulla distinzione che ho fatto prima e che anche altre/i
hanno fatto. Tra il potere come conseguenza di una delega astratta e impersonale
(del tipo voto un partito, scelgo un amministratore più o meno a caso,
il nome di un medico da una lista, ecc., e il potere come frutto di una relazione
personale basata sulla fiducia e sul riconoscimento di autorevolezza. Questa
distinzione, ne contiene un’altra che è quella se il potere
lo esercita una donna o un uomo: distinzione che diventa evidente però solo
nel potere che chiamo, per comodità, “relazionale”.
Infatti nel potere che chiamo, sempre per comodità “sociale”,
quello che funziona per deleghe e rappresentanze, sappiamo che il ruolo prevale
sulla persona e sulla sua differenza. Il ruolo, per funzionare, sembra che
debba fare astrazione, diventare impersonale e neutro (in realtà pensato,
alla lontana, ma non troppo, da uomini maschi). Ho detto sembra perché,
invece, io non ci credo. Anzi, credo che sia proprio questo il punto debole
del potere, o meglio di quel sistema di poteri che vorrebbe organizzare la
società. Poi ci tornerò, ma intanto mi sembra che si debba tener
conto, anche nel potere sociale, se chi lo esercita è un uomo o una
donna. Non per dire se è meglio lei o lui, ma per capire meglio le discrepanze,
le sfasature e trovare le mediazioni, le interazioni.
Dicevo che non funziona. Non funziona più. I problemi diventano sempre
più complessi e i sistemi escogitati dal potere per risolverli paradossalmente
li aggravano. Inutile farne l’elenco. Lo conosciamo anche troppo bene
e si allunga sempre di più. Il rischio è che a fronte di una
matassa sempre più aggrovigliata di problemi sempre più planetari
si vada verso sistemi, nei fatti, sempre meno democratici, nel tentativo (illusorio)
di porvi rimedio. Insomma c’è il pericolo che, a seguito della
sfiducia e della insicurezza e a fronte di una classe dirigente senza coraggio,
vengano invocate misure “forti”.
Di fatto le strutture di potere stanno diventando sempre meno utili (a prendere
decisioni rapide ed efficaci) e sempre più pericolose, cioè utilizzate
impropriamente e in eccesso.
Da molti, troppi anni esistono degli scollamenti pericolosi tra il potere e
la realtà che dovrebbe dirigere e organizzare. Me ne vengono in mente
tre.
Il primo è lo scollamento tra potere e autorevolezza. Sappiamo i sondaggi
che parlano di sfiducia nelle istituzioni. E’ diventato quasi un luogo
comune, una banalità.
Il secondo è con la capacità di governare un’economia che
sta velocemente cambiando. Dopo una fase di consumismo che ha portato una parte
della popolazione mondiale a vivere come a Disneyland e tutto il resto a morire
di fame, ora nessuno di quelli che dovrebbero decidere sa più cosa fare.
Il terzo è quello, secondo me, più importante: le strutture di
potere sono state sopravanzate dalla società che è, ormai, una
società di donne e di uomini, mentre le strutture di potere
sono ancora conformate al maschile. Da un maschile che ha voluto darsi forma neutra e impersonale
ma, tutto sommato, ancora con la memoria genetica di una organizzazione sociale – il
patriarcato – che non esiste più.
Da qui gli affanni di vario tipo, dal tentato recupero di autorità pescando
nei dettami della morale cattolica (ma non nel suo significato più profondo)
al reclutamento (a denti strettissimi) di donne nei partiti e nelle istituzioni.
Non è un caso, che ultimamente, il potere (leggi: governo, partiti,
gerarchia ecclesiastica, scienziati) si occupi molto delle donne, del loro
corpo e della loro vita.
In questo modo il potere (e chi lo detiene) spera di accorciare la distanza
che le donne hanno preso ormai da molti anni da regole, norme e convenzioni
che il patriarcato aveva deciso per loro. Ed anche la strada della parità delle
opportunità e dei diritti, se alle donne ha portato qualcosa, al potere,
che sperava di approfittarne, ha portato meno del previsto. Oltre ad essere
in conflitto con se stesso (il potere non può concedere nulla, senza
rischiare tutto), rimane comunque sempre quella inquietante eccedenza femminile,
quella differenza irriducibile che non si adatta, non ci sta e se le accade
di sentirsi troppo compressa, grida e grida forte.
Le donne della mia generazione hanno segnato con un gesto simbolico - quello
di ritrovarsi, nella politica, separatamente dagli uomini - hanno segnato questa
distanza che, in varie forme, è sempre esistita. Il potere non sopporta
chi si sottrae ad esso, poco o tanto. Chi poco o tanto mostra di poterne fare
a meno, di vivere bene lo stesso e magari meglio. Il potere ha bisogno che
ci sia adesione ai modelli che propone.
Quando lavoravo in ufficio, fin che ho potuto, ho rifiutato di fare straordinari.
Il capo, che era un fautore della monetizzazione spinta, non sapeva come convincermi.
Non riusciva a capire come non ambissi a cambiare l’auto o a vestirmi
alla moda. Purtroppo non sono riuscita a fargli capire che il tempo libero,
proprio perché libero non ha prezzo. Per quasi un decennio anche i miei
colleghi maschi la pensavano come me. Credo che in questo c’entrasse
molto il rapporto con le loro compagne, mogli, fidanzate. (Poi cambiarono rotta.
La cosa più importante divennero i soldi per comperare, per appropriarsi
degli status symbol, fossero anche in versione pop).
L’adesione al consumismo spinto per gli uomini è una identificazione,
per le donne è un’evasione.
Le donne evadono, deviano, non c’è niente da fare, sono ingovernabili.
Una volta fuori dai ruderi patriarcali non stanno più ferme, non si
sa cosa vogliono, parità e differenza, figli e carriera, tutto e il
contrario di tutto.
Le donne, in questi ultimi decenni hanno smitizzato il potere e la sua immagine:
quella del maschio dominante nelle sue molteplici versioni.
Ma il potere ha bisogno di sedurre e crea continuamente nuovi miti: la fama,
il successo, l’appeal. Perfino la banalità, la volgarità diventano
modelli in cui riconoscersi. E’ una via, secondo me, senza uscita che
fa perdere sempre più potere al potere e lo rende sempre più pericoloso.
Invece ci sarebbe l’occasione perché il potere rinunciasse al
mito e accogliesse un’immagine forte e reale: quella della differenza
sessuale e della sua asimmetria.
La sessualità del maschio dominante era il piacere del possesso. L’altro,
l’altra era un oggetto o, nel migliore dei casi, un soggetto complementare
e compiacente. La sessualità della differenza è il piacere della
creatività tra due soggetti che ammettono di non conoscersi ma che vogliono
incontrarsi.
Fin qui ho detto come subiamo il potere. Ora dovrei dire come possiamo interloquire, come possiamo tenerlo sotto controllo.
Qualche cosa, qua e là l’ho già detta.
Quindi, forse si tratta di ricapitolare.
La prima cosa è quella di far capire molto chiaramente che il potere
non significa automaticamente autorevolezza e consenso. Chi ha il potere di
decidere qualsiasi cosa per noi deve sapere che ci sta fornendo un servizio
in cambio di un compenso che può perdere se non si guadagna la nostra
stima. Il problema è che questo qualcuno è sempre più distante è sempre
più un’entità astratta “…Ha deciso così la
dirigenza…hanno recepito una direttiva….europea…”
Bisogna avere la capacità di indignarsi, di arrabbiarsi. Non importa
se il nostro interlocutore, interlocutrice è l’ultimo della scala
gerarchica, è quello che dice “E’ inutile che lo dica a
me…tanto non posso farci niente” Non c’è nessun motivo
per lasciarlo/a tranquillo. Deve sapere i nostri sentimenti oltre che le nostre
ragioni. Bisogna spostarlo dal ruolo neutro, fargli, farle sentire che per
noi è soprattutto un uomo o una donna. Gli/le riuscirà più facile
provare empatia per noi.
Bisogna chiedere a chi ha un compito dirigenziale più coraggio. Deve
osare, rischiare, rompere gli schemi.
E’ necessario mostrarsi indipendenti, non farsi sedurre dai miti, dai
prodotti del consumismo, dalle mode, dagli status symbol.
Alcuni suggerimenti, me li hanno dati delle amiche, nel corso degli ultimi anni:
Cercare la bellezza nella relazione, nominarla, farla vedere anche nei luoghi
più impensati.
Cercare di dire e di far dire la verità.
Rifiutare i comportamenti di massa, l’idea di collettività.
Promuovere la singolarità sessuata e relazionale.
Non mettere l’altro (anche se potente) al posto di Dio.
Di fronte ai soprusi, mostra dignità.
Se l’altro ti passa sopra, metti Dio dalla tua parte (o la Libertà,
l’Amore, la Verità)
Ripeto quello che abbiamo detto molte volte: bisogna trovare il modo di immettere nelle strutture di potere sociale le caratteristiche del potere relazionale, basato sulla fiducia, sul riconoscimento di autorevolezza e sulla consapevolezza della differenza sessuale. Procedendo dal basso all’alto, dal piccolo al grande. Quello che mi sento di sottolineare, viste le esperienze che sto facendo, è che, per farlo, bisogna passare necessariamente attraverso una sana pratica del conflitto.
Spinea, 17 Febbraio 2006