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IO & MIA MADRE

di Carla Turola

L’esperienza politica che ritengo più importante, dopo quella del “separatismo” femminile-femminista, è senz’altro quella – in anni più recenti - di aver conosciuto – di essere entrata in relazione con – uomini che hanno risposto con interesse a quell’atto politico di separarsi da loro e dalla loro storia politica. Come hanno risposto? In modi diversi, necessariamente singolari, non essendoci più mediazioni collettive ma solo percorsi di relazione individuale.
Ho usato la formula “atto politico del separarsi” per sottolinearne uno degli aspetti (la valenza politica) di quell’atto. Ma va sottolineato che per me donna, in genere per noi donne, non esistono cesure tra i vari aspetti (politici, personali, simbolici, emozionali, ecc.) di un atto. Certo, si possono ogni volta analizzare e distinguere, ma è importante capire che per una donna le cose vanno, per lo più, assieme. Non tanto per un’esigenza intellettuale di coerenza (così potrebbe pensare un uomo), ma per l’impossibilità di pensare ed agire senza che un’esperienza ed un’emozione sconfinino l’una nell’altra. Le donne, per esempio, non capiscono come un uomo possa fare ad una donna proposte sessuali senza che tra i due ci sia, non dico amore, ma almeno una forte simpatia.
Ad ogni modo, la mia separazione fu radicale. Frequentai gruppi politici aperti esclusivamente alle donne, e le mie relazioni intellettuali avvenivano privilegiatamene con donne. Avevo operato un allontanamento della cultura maschile dal mio modo di pensare e, con essa – anche - l’interesse e la curiosità per l’universo maschile. Questo mi portò ad un sentimento di autosufficienza simbolica e culturale. Tutte le questioni importanti le discutevo con altre donne. I miei riferimenti furono le menti (saggiste, narratrici e filosofe) femminili del passato e del presente. Non ritenevo che un uomo potesse (più) darmi una qualche indicazione sul senso del vivere che andasse bene per me (fatta eccezione per alcuni artisti e scrittori).
All’inizio del femminismo i miei “compagni” della politica di allora mi avevano avvisata “Un uomo non può essere femminista – mi dissero – diffida di un uomo che si dice femminista, ti vuole imbrogliare. E’ come un padrone che vuol far credere di essere democratico”. Mi pareva che il ragionamento avesse una certa logica. Lupi in veste di agnelli, insomma. Anch’io, pensavo, ed altre pensavano con me, per loro è in gioco una perdita di potere, un dominio lungo tutta la storia. Ora che abbiamo detto basta, come sarà possibile dialogare ancora con loro? La rabbia iniziale contro il “maschio represso” divenne col tempo e con l’autonomia di pensiero, un quieto sentimento di distanza, fatto di un po’di noia e un po’ di diffidenza.
Non ero esente da travolgenti passioni amorose che però rimanevano fatti strettamente privati. In questo aspetto vivevo la contraddizione che fu anche di altre. A fronte della possibilità di rendere immediatamente pubblico, non solo il privato, ma anche l’intimo, di aprire la coppia, come allora si diceva, le meno coraggiose e/o le più riservate - come me - reagirono blindando le loro relazioni.
Inoltre continuavo, ovviamente, a frequentare gli uomini nel mio ambiente di lavoro, con alcuni dei quali avevo mantenuto buoni rapporti di amicizia. Ma nonostante i tentativi, non riuscivo a comunicare loro qualcosa di quella politica che le donne avevano inventato e che io avevo imparato. A loro non sembrava che quella che noi chiamavamo pratica delle relazioni avesse una qualità politica. Avevano l’idea che fosse qualcosa di ambiguo, che avesse a che fare con le pratiche clientelari, di raccomandazione degli amici degli amici e così via. Io, del resto, non li capivo più. Non riuscivo più a vedere la loro anima. Cadute le tensioni e le illusioni delle loro politiche, erano cadute anche le mediazioni che ci permettevano di comunicare. Mi sembravano sballottati tra frustrazioni di carriere mancate e rapporti familiari inariditi. Finii con il vedere solo le loro depressioni e le loro frivolezze. Mio Dio! Mi sembravano forse patetici? No, non volevo che accadesse questo! Erano i miei amici, volevo loro bene…ma… non riuscivo a dire loro, nella loro lingua…forse c’è qualcosa di più e di meglio del potere, delle carriere, delle barche a vela…
E ne ero sicura, poi? Forse non c’è proprio niente di meglio di una barca a vela! Magari era quello il passaggio!
Com’ero intransigente e presuntuosa nella mia autosufficienza, che, però, non era immaginaria. In fondo, ogni sesso è sempre stato largamente autosufficiente. Ora si trattava di vedere se ci si poteva allargare un po’…se ci fosse un’orizzonte politico più ampio da condividere.
Anni dopo, quando conobbi Adriana e Marisa, riconoscendo in loro quella pratica di relazione tra donne che a me aveva dato una libertà inimmaginata, rimasi sorpresa (e un po’ sconcertata) della presenza, nel loro gruppo di alcuni uomini.
Devo dire la verità che all’inizio ero diffidente. Che cosa cercavano questi uomini, nella pratica e nel pensiero della differenza? Il primo pensiero fu cattivo. Sono in crisi, il patriarcato gli è crollato addosso e adesso non sanno dove sbattere la testa e si rivolgono a noi. Ma è impossibile che capiscano...l’asimmetria. Che cosa vogliono? Ancora maternage? L’eterno femminino? Mi sembravano o troppo subalterni o troppo (anche loro) diffidenti. E poi a me – mi dicevo - che non ho niente di materno, come mi vedono? Che cosa gli interessa?
Le garanzie offerte dalle donne che erano in relazione con loro furono determinanti per la caduta della diffidenza e per la nascita di un nuovo interesse nei confronti del maschile. Non era comunque facile procedere insieme.
Gli uomini venivano spesso criticati. Erano spesso in difficoltà, e lo eravamo anche noi donne. Quante volte ci siamo dette e detti (in questo sì d’accordo) ma chi ce o fa fare?
Intanto però, per la prima volta, sento di poter dare credito a degli uomini, posso riconoscere loro un’autorevolezza non derivante dalle competenze delle loro carriere e dei loro ruoli, ma dalla loro sincera ricerca di libertà, dal loro saper relazionarsi con le altre e gli altri. Da loro posso imparare.
Intanto qualcosa stava maturando, oltre che nel nostro gruppo, anche in altri. Esperienze diverse confluivano e percorsi maschili non convenzionali avevano cominciato a dialogare.
La svolta simbolica ci fu quando sentii uomini dire che la libertà femminile non era una perdita ma un’occasione di libertà anche per loro. Fu come un’esplosione, fu una “lieta novella”. Ecco un accadimento felice che avrebbe fatto accadere altro. Un nuovo soggetto maschile libero che si metteva a dialogare con la nostra libertà. Basta con i luoghi comuni, basta con i ruoli prescritti, basta con i sensi di colpa, con i rinfacciamenti, con la micragna di quanto ti do io e quanto mi dai tu. Evviva!
Ed ecco, ancora che vanno – sollecitati anche, certo – ma vanno - a vedersela con la loro sessualità aggressiva. Ed ecco, che non si tirano più da parte (Noi siamo quelli buoni e rispettosi, non prendetevela con noi) Allora ecco che ne parlano, sempre più pubblicamente. Ne parlano per dire che la questione della violenza sulle donne va affrontata, che va spezzata la complicità maschile, anche la complicità travestita da mitezza, che in realtà è rimozione e negazione. Ma senza sentirsi in colpa. Spiegando che l’aggressività si può benissimo controllare e reprimere o trasformare in energia costruttiva.
Possono sopportare la paura.
Tutto bene allora? No. Ci sono ancora troppe contraddizioni, troppi contraccolpi. Ci sono ancora troppi uomini che non rispettano la volontà e il desiderio femminile. Che ci passano sopra, senza neanche rendersene conto. Il mio rimedio è stato quello di far si che il problema fosse loro. Quel livello di inciviltà, mi dicevo, è un loro problema. Ma c’è un limite, quando il non tener conto della volontà femminile arriva alla violenza e all’assassinio, allora non è più possibile un riparo efficace.
E poi, l’ottica della differenza, il vedere il mondo attraverso la consapevolezza dell’essere donne e uomini, differenti e in relazione, a volte sembra perdere consistenza, nella nostra cultura. Soprattutto davanti alle cosiddette grandi questioni. Come non ci fossero nessi tra il pensare e l’agire in termini di guerra e di dominio e gli aspetti aggressivi e violenti della sessualità maschile e della relativa compiacenza femminile.
Ci sono poi notizie che mi inquietano, su alcuni (pochi? tanti?) giovani. Sui nostri figli maschi. (ancora aggressività, ancora violenza, ancora incoscienza!) sulle nostre giovani figlie. (ancora imitatrici compiacenti?) Come è possibile?
Al consumismo non piace la differenza. Questo è certo. Io sono della generazione che a scuola le ragazze, non potevano andare con i pantaloni e dovevano indossare il mortificante grembiule nero. Per andare al cinema indossavamo il tallieur e i ragazzi ci venivano a prendere in cravatta.
E poi, senza quasi rendercene conto ci furono i jeans. Il consumismo ringraziò e inventò la parola magica: unisex! E fu messo in vendita, per un consumo sempre più veloce il sogno del “subito e facile” e dell’”usa e getta”. Niente complicazioni, niente differenze, niente conflitti. Il desiderio femminile fu negato (impossibile reificarlo!), quello maschile semplificato e volgarizzato.
Urge ancora una volta, ancora di più una traduzione efficace della differenza sessuale, di quello che noi chiamiamo “il senso libero della differenza”. Se è possibile. Ho sempre più l’impressione che la differenza sessuale, fuori dai ruoli e dai luoghi comuni, sia intraducibile. Faccia parte delle cose un po’ misteriose e sacre che si possono dire solo con metafore….

Spinea, 11.04.2007

Carla Turola