L’esperienza politica che ritengo più importante, dopo quella
del “separatismo” femminile-femminista, è senz’altro
quella – in anni più recenti - di aver conosciuto – di essere
entrata in relazione con – uomini che hanno risposto con interesse a
quell’atto politico di separarsi da loro e dalla loro storia politica.
Come hanno risposto? In modi diversi, necessariamente singolari, non essendoci
più mediazioni collettive ma solo percorsi di relazione individuale.
Ho usato la formula “atto politico del separarsi” per sottolinearne
uno degli aspetti (la valenza politica) di quell’atto. Ma va sottolineato
che per me donna, in genere per noi donne, non esistono cesure tra i vari aspetti
(politici, personali, simbolici, emozionali, ecc.) di un atto. Certo, si possono
ogni volta analizzare e distinguere, ma è importante capire che per
una donna le cose vanno, per lo più, assieme. Non tanto per un’esigenza
intellettuale di coerenza (così potrebbe pensare un uomo), ma per l’impossibilità di
pensare ed agire senza che un’esperienza ed un’emozione sconfinino
l’una nell’altra. Le donne, per esempio, non capiscono come un
uomo possa fare ad una donna proposte sessuali senza che tra i due ci sia,
non dico amore, ma almeno una forte simpatia.
Ad ogni modo, la mia separazione fu radicale. Frequentai gruppi politici aperti
esclusivamente alle donne, e le mie relazioni intellettuali avvenivano privilegiatamene
con donne. Avevo operato un allontanamento della cultura maschile dal mio modo
di pensare e, con essa – anche - l’interesse e la curiosità per
l’universo maschile. Questo mi portò ad un sentimento di autosufficienza
simbolica e culturale. Tutte le questioni importanti le discutevo con altre
donne. I miei riferimenti furono le menti (saggiste, narratrici e filosofe)
femminili del passato e del presente. Non ritenevo che un uomo potesse (più)
darmi una qualche indicazione sul senso del vivere che andasse bene per me
(fatta eccezione per alcuni artisti e scrittori).
All’inizio del femminismo i miei “compagni” della politica
di allora mi avevano avvisata “Un uomo non può essere femminista – mi
dissero – diffida di un uomo che si dice femminista, ti vuole imbrogliare.
E’ come un padrone che vuol far credere di essere democratico”.
Mi pareva che il ragionamento avesse una certa logica. Lupi in veste di agnelli,
insomma. Anch’io, pensavo, ed altre pensavano con me, per loro è in
gioco una perdita di potere, un dominio lungo tutta la storia. Ora che abbiamo
detto basta, come sarà possibile dialogare ancora con loro? La rabbia
iniziale contro il “maschio represso” divenne col tempo e con l’autonomia
di pensiero, un quieto sentimento di distanza, fatto di un po’di noia
e un po’ di diffidenza.
Non ero esente da travolgenti passioni amorose che però rimanevano fatti
strettamente privati. In questo aspetto vivevo la contraddizione che fu anche
di altre. A fronte della possibilità di rendere immediatamente pubblico,
non solo il privato, ma anche l’intimo, di aprire la coppia, come allora
si diceva, le meno coraggiose e/o le più riservate - come me - reagirono
blindando le loro relazioni.
Inoltre continuavo, ovviamente, a frequentare gli uomini nel mio ambiente di
lavoro, con alcuni dei quali avevo mantenuto buoni rapporti di amicizia. Ma
nonostante i tentativi, non riuscivo a comunicare loro qualcosa di quella politica
che le donne avevano inventato e che io avevo imparato. A loro non sembrava
che quella che noi chiamavamo pratica delle relazioni avesse una qualità politica.
Avevano l’idea che fosse qualcosa di ambiguo, che avesse a che fare con
le pratiche clientelari, di raccomandazione degli amici degli amici e così via.
Io, del resto, non li capivo più. Non riuscivo più a vedere la
loro anima. Cadute le tensioni e le illusioni delle loro politiche, erano cadute
anche le mediazioni che ci permettevano di comunicare. Mi sembravano sballottati
tra frustrazioni di carriere mancate e rapporti familiari inariditi. Finii
con il vedere solo le loro depressioni e le loro frivolezze. Mio Dio! Mi sembravano
forse patetici? No, non volevo che accadesse questo! Erano i miei amici, volevo
loro bene…ma… non riuscivo a dire loro, nella loro lingua…forse
c’è qualcosa di più e di meglio del potere, delle carriere,
delle barche a vela…
E ne ero sicura, poi? Forse non c’è proprio niente di meglio di
una barca a vela! Magari era quello il passaggio!
Com’ero intransigente e presuntuosa nella mia autosufficienza, che, però,
non era immaginaria. In fondo, ogni sesso è sempre stato largamente
autosufficiente. Ora si trattava di vedere se ci si poteva allargare un po’…se
ci fosse un’orizzonte politico più ampio da condividere.
Anni dopo, quando conobbi Adriana e Marisa, riconoscendo in loro quella pratica
di relazione tra donne che a me aveva dato una libertà inimmaginata,
rimasi sorpresa (e un po’ sconcertata) della presenza, nel loro gruppo
di alcuni uomini.
Devo dire la verità che all’inizio ero diffidente. Che cosa cercavano
questi uomini, nella pratica e nel pensiero della differenza? Il primo pensiero
fu cattivo. Sono in crisi, il patriarcato gli è crollato addosso e adesso
non sanno dove sbattere la testa e si rivolgono a noi. Ma è impossibile
che capiscano...l’asimmetria. Che cosa vogliono? Ancora maternage? L’eterno
femminino? Mi sembravano o troppo subalterni o troppo (anche loro) diffidenti.
E poi a me – mi dicevo - che non ho niente di materno, come mi vedono?
Che cosa gli interessa?
Le garanzie offerte dalle donne che erano in relazione con loro furono determinanti
per la caduta della diffidenza e per la nascita di un nuovo interesse nei confronti
del maschile. Non era comunque facile procedere insieme.
Gli uomini venivano spesso criticati. Erano spesso in difficoltà, e
lo eravamo anche noi donne. Quante volte ci siamo dette e detti (in questo
sì d’accordo) ma chi ce o fa fare?
Intanto però, per la prima volta, sento di poter dare credito a degli
uomini, posso riconoscere loro un’autorevolezza non derivante dalle competenze
delle loro carriere e dei loro ruoli, ma dalla loro sincera ricerca di libertà,
dal loro saper relazionarsi con le altre e gli altri. Da loro posso imparare.
Intanto qualcosa stava maturando, oltre che nel nostro gruppo, anche in altri.
Esperienze diverse confluivano e percorsi maschili non convenzionali avevano
cominciato a dialogare.
La svolta simbolica ci fu quando sentii uomini dire che la libertà femminile
non era una perdita ma un’occasione di libertà anche per loro.
Fu come un’esplosione, fu una “lieta novella”. Ecco un accadimento
felice che avrebbe fatto accadere altro. Un nuovo soggetto maschile libero
che si metteva a dialogare con la nostra libertà. Basta con i luoghi
comuni, basta con i ruoli prescritti, basta con i sensi di colpa, con i rinfacciamenti,
con la micragna di quanto ti do io e quanto mi dai tu. Evviva!
Ed ecco, ancora che vanno – sollecitati anche, certo – ma vanno
- a vedersela con la loro sessualità aggressiva. Ed ecco, che non si
tirano più da parte (Noi siamo quelli buoni e rispettosi, non prendetevela
con noi) Allora ecco che ne parlano, sempre più pubblicamente. Ne parlano
per dire che la questione della violenza sulle donne va affrontata, che va
spezzata la complicità maschile, anche la complicità travestita
da mitezza, che in realtà è rimozione e negazione. Ma senza sentirsi
in colpa. Spiegando che l’aggressività si può benissimo
controllare e reprimere o trasformare in energia costruttiva.
Possono sopportare la paura.
Tutto bene allora? No. Ci sono ancora troppe contraddizioni, troppi contraccolpi.
Ci sono ancora troppi uomini che non rispettano la volontà e il desiderio
femminile. Che ci passano sopra, senza neanche rendersene conto. Il mio rimedio è stato
quello di far si che il problema fosse loro. Quel livello di inciviltà,
mi dicevo, è un loro problema. Ma c’è un limite, quando
il non tener conto della volontà femminile arriva alla violenza e all’assassinio,
allora non è più possibile un riparo efficace.
E poi, l’ottica della differenza, il vedere il mondo attraverso la consapevolezza
dell’essere donne e uomini, differenti e in relazione, a volte sembra
perdere consistenza, nella nostra cultura. Soprattutto davanti alle cosiddette
grandi questioni. Come non ci fossero nessi tra il pensare e l’agire
in termini di guerra e di dominio e gli aspetti aggressivi e violenti della
sessualità maschile e della relativa compiacenza femminile.
Ci sono poi notizie che mi inquietano, su alcuni (pochi? tanti?) giovani. Sui
nostri figli maschi. (ancora aggressività, ancora violenza, ancora incoscienza!)
sulle nostre giovani figlie. (ancora imitatrici compiacenti?) Come è possibile?
Al consumismo non piace la differenza. Questo è certo. Io sono della
generazione che a scuola le ragazze, non potevano andare con i pantaloni e
dovevano indossare il mortificante grembiule nero. Per andare al cinema indossavamo
il tallieur e i ragazzi ci venivano a prendere in cravatta.
E poi, senza quasi rendercene conto ci furono i jeans. Il consumismo ringraziò e
inventò la parola magica: unisex! E fu messo in vendita, per un consumo
sempre più veloce il sogno del “subito e facile” e dell’”usa
e getta”. Niente complicazioni, niente differenze, niente conflitti.
Il desiderio femminile fu negato (impossibile reificarlo!), quello maschile
semplificato e volgarizzato.
Urge ancora una volta, ancora di più una traduzione efficace della differenza
sessuale, di quello che noi chiamiamo “il senso libero della differenza”.
Se è possibile. Ho sempre più l’impressione che la differenza
sessuale, fuori dai ruoli e dai luoghi comuni, sia intraducibile. Faccia parte
delle cose un po’ misteriose e sacre che si possono dire solo con metafore….
Spinea, 11.04.2007
Carla Turola