Nei nostri precedenti incontri si è discussa la prima delle domande
che il laboratorio si pone: "Nelle nostre relazioni, abbiamo individuato
mementi di reale libertà? Queste hanno portato a una condizione di libertà stabili,
o sono stati momenti sporadici?". Sono emerse percezioni differenziate
della libertà: libertà come spazio in cui esprimersi, libertà come
metro di misura delle relazioni, libertà come percorso di crescita.
La mia esperienza mi fa individuare la libertà come punto di partenza
e nello stesso tempo, paradossalmente, condizione e punto di arrivo di un percorso.
La mia separazione coniugale ha segnato il punto di partenza di un cammino nuovo,
facendomi uscire da percorsi dati e convenzionali. Mi sono aperta spazi nuovi
per coltivare e sviluppare interessi e relazioni - libertà per la mia
crescita personale, sociale e politica.
Nelle relazioni sentimentali successive al mio matrimonio ho continuato a coltivare
il sogno - e il progetto - della relazione come scambio e arricchimento reciproco.
Ho constatato sulla mia pelle la difficoltà degli uomini, con modalità diverse
l'uno dall'altro, oltre che di certo da quelle del mio ex-marito, scopertamente
egoista e cinico, a vivere i rapporti ispirandosi alla simmetria e alla complementarietà.
Ho trovato uomini diversi per età e di tante culture prigionieri di una
trasversale rappresentazione patriarcale dei rapporti che li porta comunque loro
malgrado, anche quelli animati dalle migliori intenzioni, e impostare relazioni
basate sulla completa disponibilità, praticamente una resa, da parte della
compagna e della protezione/controllo da parte loro.
Ma nel vissuto mio e quello di altre donne con cui mi sono confrontata ho trovato
le prigioni del genere femminile evocate da un'altra delle domande del laboratorio "Come
viviamo i legami affettivi tra desiderio di libertà e paura della perdita?".
Ho un carattere sentimentale, romantico e in parte tragico che mi crea ansia
della perdita in relazioni certamente non codificate e non ancora stabili, ansia
che supera le ragioni reali, situazioni cioè in cui non rischio di perdere
davvero il compagno o in cui l'eventuale "perdita" non sarebbe in realtà un
danno. Quest'atteggiamento, comune ad altre singles e amiche con cui mi sono
confrontata e con cui ho condiviso la quotidianità della vita sentimentale,
vedo che provoca nell'altro questa reazione: la sua eccessiva responsabilizzazione
del malessere della compagna appesantisce sentimentalmente ed ha come esito la
fuga. La sicurezza della donna richiama spesso invece un rapportarsi parco di
slancio, impegno e tenerezza in presenza del mantenimento degli spazi di lei,
un comportamento che dice: "Ti amo se tu vivi per me, ti amo se tu mi consegni
il tuo tempo e la tua libertà".
È questa una modalità relazionale che in realtà nega proprio
l'amore, basata su un rapporto di potere, affetto in cambio di sottomissione,
mentre l'amore è dono gratuito e gioioso. Non vi è richiesta o
pretesa, né sensazione di perdita di se stessi in un rapporto di vero
amore, perché si dà e si riceve in modo molto naturale, si riceve
mentre si dà. La libertà dell'essere non può essere un prezzo
da pagare per l'amore, al contrario sono convinta invece sia proprio il presupposto
dell'amore, perché gli spazi di libertà rendono possibile una piena
consapevolezza di sé, e solo chi è nella pienezza di sé ha
da donare all'altro. Un essere pieno e completo è naturalmente portatore
della sua differenza, ma da chi avrei da ricevere se non
da chi mi porta un mondo che non conosco, qualcosa di differente e nuovo, di
diverso da quello che ho/ che sono già?
Un rapporto di vero amore richiede naturalmente molto coraggio, perché si
tratta di ascoltarsi e di viversi al di fuori di schemi dati, che sono un vero
e proprio recinto, fonte sì di protezione e riparo e magari anche di
puntello, ma anche di limitazione. Coraggio ci vuole perché a vivere
autenticamente ognuno è portatore della propria differenza, e la differenza
genera naturalmente conflitto. Il conflitto va quindi accettato, ma agito con
nonviolenza, con modalità cioè non aggressive,ma certamente assertive.
Sulla domanda stimolo in fondo "le relazioni che ci hanno trasformato" direi
che le relazioni di vero amore sono certamente relazioni che trasformano, perché nella
comunicazione e lo scambio si riceve la differenza, e questa ricezione non
può naturalmente lasciarti uguale a prima. Personalmente, non avendo
trovato fino al momento presente relazioni d'amore, non posso dire che ci sia
stata una relazione che mi ha trasformata, anche se posso dire che ciascuna
relazione mi ha cambiata un po', è stata un utile tassello nel mio percorso
di crescita. Quella che mi sta trasformando è probabilmente la mia presente
relazione, che è recente, nuova e sperimentale. In questa sto vivendo
qualcosa che non avevo mai vissuto prima. Dopo il primo periodo idilliaco,
tipico dell'innamoramento, il mio compagno ed io abbiamo avuto un momento di
crisi profonda, dovuta a un'impostazione tradizionale, nella sua mente, di
rapporto di coppia. Con assertività ho affermato la mia esigenza di
spazi, che pian piano è stata accolta, e c'è stato un riavvicinamento.
Da lui e dalla sua differenza sto ricevendo qualcosa di molto bello e utile
per la mia crescita personale, un senso di ordine che è costruzione
di bellezza e armonia. E lui percepisce in me, nella mia irregolarità e
bizzarria, qualcosa che lui non ha e sento che vorrebbe, cioè il mio
coraggio di esplorare e rischiare accettando la diversità e la molteplicità,
che permette di raggiungerci a ciò che non ci raggiungerebbe mai se
ci aggrappiamo alle certezza di ciò che ci ha sempre circondato e abbiamo
sempre vissuto. La permeabilità dei miei confini mentali è qualcosa
che permette di librarsi verso l'infinito. Non so cosa succederà da
adesso in poi. È una scommessa.
Giannarosa Marino
Spinea, 16 Gennaio 2007