Leggendo il libro “Il posto vuoto di Dio”, ho sentito il desiderio
di tradurre anche io la mia idea di Dio, anche se ho sempre molte difficoltà nell’esprimere
a parole il mio sentire. Volevo scrivere solo qualche parola, per un piccolo
momento di riflessione personale, ma poi le parole sono diventate frasi, le
frasi pagine, e via così, un fiume inarrestabile di pensieri a volte
arruffati, altre banali, altre magari incomprensibili. Inrsomma, questo è quello
che è saltato fuori.
Vi chiedo l’indulgenza di leggerlo senza credere che io abbia la pretesa
di non essere caduta in errori o luoghi comuni, né che sono tanto arrogante
da pensare di poter aggiungere qualcosa di interessante a questo confronto
su Dio. Leggetelo invece pensando che è il mio primo, goffo tentativo
dal risultato certo maldestro, ma vi assicuro pieno di buona volontà,
di dirvi qualcosa di me per poter davvero entrare in relazione con voi.
La prima cosa che mi ha detto Adriana quando mi ha donato una copia del libro è stata
che per lei Dio è Amore. Impossibile non condividere questa affermazione.
Ma quello che francamente mi ha sorpreso è che proseguendo nella lettura
mi accorgo che nessuno pronuncia mai - se non in modo marginale - la parola
Consolazione. Ecco, se dovessi usare una sola parola per tradurre l’idea
che io ho di Dio userei proprio Consolazione; è fondamentale per me
il significato consolatorio di Dio: mi dà forza, fiducia, speranza,
mi permette di credere nella redenzione e nel perdono... perdono dagli altri,
ma anche auto – perdono, perchè per me in questo momento la cosa
che riesce molto difficile è superare i rimorsi per quello che ho fatto,
per quello che faccio.
Nei momenti di sconforto prego. Leggo preghiere o brani che ho sentito profondamente
e che ho fatto miei, ma prego anche con le mie parole, con le frasi che mi
escono spontanee e vere proprio in quel momento: questo mi permette di guardare
dentro me stessa e di comprendermi meglio.Ma questa visione salvifica che ho
di Dio non ha solo una dimensione individuale: non è solo il dolore
che riguarda me a dovere essere consolato, è soprattutto quello che
avverto intorno a me. Non potrei altrimenti sopportare tutto il male, la degradazione,
la sofferenza della vita che ci circonda. Non potrei, da sola.
Anche a me suonano strane le parole “bastare a se stessi”, credo
di avere inteso bene questa parte iniziale della vostra ricerca. Infatti sono
parole che mi danno un’idea di fissità in contrasto con il concetto
che ho di Dio come amore circolante, che si arricchisce attraverso lo scambio
e le relazioni. Io non basto a me stessa, ho bisogno di voi tutte e tutti per
sentirmi viva e questo mio bisogno lo rivendico: solo nel sentirmi accettata
e amata posso trovare fiducia e conforto. Quello che sento di avere è il
dovere di fare è trovare la capacità e il coraggio per riuscire
a restituire ciò che mi viene dato.
Non sono brava con le parole, parto allora dalla mia piccola esperienza.
Nel libro notavate come oggi si sia persa l’abitudine di parlare di Dio
con le altre e gli altri.
Bene, c’è un posto dove io e altre parliamo spesso del nostro
rapporto con Dio, come ognuna lo intende, perchè siamo di fedi e convinzioni
diverse, così alle volte chiamiamo Dio semplicemente “potere superiore”.
Sto riferendomi a un gruppo di auto aiuto per persone che soffrono di disturbi
alimentari, di cui da pochi mesi faccio parte, anche se purtroppo in modo assai
discontinuo. Questi disturbi, di cui si parla spesso per luoghi comuni e frasi
fatte, sono spesso la punta dell’iceberg di disagi e traumi molto profondi,
e così a ogni incontro mi ritrovo ad ascoltare storie terribili e dilanianti,
di persone straziate nel corpo e nell’anima. All’inizio ero un
po’ perplessa nel sentire così spesso la parola Dio tra persone
che stavano attraversando momenti così difficili.
Durante questi incontri c’è un momento molto bello, quello della “nostra” preghiera,
che io trovo bellissima. Si chiama “preghiera della serenità”e
recitarla assieme, tenendoci per mano, davvero ha il potere di offrire una
briciola di quiete a donne tormentate.
Dice così:
“
Signore, dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
la forza di cambiare quelle che posso,
e la saggezza per comprendere la differenza”
Alla fine di questa preghiera, che è uno straordinario momento di condivisione,
ci scambiamo sempre un sorriso. E’ un sorriso che dice: “grazie
perchè ci siete, e perchè sono con voi. Grazie per avermi accolto
e per avermi permesso di accogliervi”. In quel momento io avverto forte
la presenza di Dio. C‘è tutto: l’accettazione, il desiderio
di migliorarsi, la necessità di capire per poter agire nel modo migliore.
Poi c’è una cosa che mi ha colpito, una frase che l’altro
giorno Adriana mi ha detto riferendosi al gruppo di “Identità e
Differenza”. Ha parlato di come arrivando in questo gruppo si possa avvertire
l’affetto che vi circola.
Ecco, anche agli incontri di OA parliamo spesso di questo amore che ci accoglie e avvolge nel gruppo, come fosse un abbraccio. Ecco, per me in questi “abbracci” c’è Dio.
Non avevo mai riflettuto su cosa significhi Dio nella mia quotidianità.
Mi è piaciuta moltissimo l’immagine che nel libro Adriana dava
della vita come Offerta all’altro/a. E’ anche una cosa che fa sentire
importanti: caspita, viene da pensare, anche io ho qualcosa di prezioso da
offrire! E’ bello , perchè fare proprio questo pensiero apre la
strada alla possibilità di vere relazioni. Io per esempio faccio molta
fatica a instaurare delle vere relazioni con gli altri e con le altre, perchè non
so “offrirmi”. Ci vuole coraggio per offrirsi...mi blocca il timore
di espormi e scoprirmi, il terrore del rifiuto, o peggio, dell’esclusione.
Mi piacerebbe che tutti mi volessero bene, proprio come a me piacerebbe volere
bene a tutti, se solo me ne dessero la possibilità…ma è difficile,
tremendamente difficile…Più facile pensare: non ho niente da dare,
niente da dire; come potrebbe essere altrimenti con questa mia vita disordinata
e incosciente? Più semplice non mettersi in gioco che rischiare una
sconfitta. Ecco allora la consolazione: non è forse vero che per l’amore
incondizionato di Dio siamo sempre preziosi e bellissimi? E allora per me Dio è sempre
dove trovo accettazione, perché questi miei timori mi hanno insegnato
il valore dell’accettazione.
Di quello che ho imparato cerco di fare tesoro, e così, giorno dopo
giorno Dio è anche nelle mie azioni, nel mio comportamento, nel cercare
di rispettare la mia coscienza e nel non tradire le cose in cui credo.
Per me questa cosa del posto vuoto di Dio non è mai stata semplice.
Sembra egocentrico forse che io continui a citare queste mie esperienze, probabilmente
lontane dal vostro interesse, ma in alcuni momenti nel libro si parla di chi
sostituisce Dio con una dipendenza. Non ho la presunzione di avere chissà quale
storia interessante da raccontare, ma non sono una filosofa nè una donna
di grande cultura, e allora devo partire da qui, dalle cose che ho vissuto..
Ho sofferto per oltre dieci anni – uso il passato prossimo, ma potrei
usare il presente, perchè non ne sono ancora libera del tutto – di
una brutta forma di anoressia con pratiche eliminatorie. Significa mangiare
fino a scoppiare, riempirsi di cibo fino a quando non ce la fai più,
e poi ricorrere a varie pratiche per “svuotarsi” completamente,
e poi ricominciare daccapo. Quindi vuoto…pieno…vuoto…pieno….mai
così pieno da riempire, mai così vuoto da essere puro.. Che c’entra?
C’entra eccome, perchè io avevo messo il cibo al posto di Dio.
Era il cibo la consolazione di cui parlavo prima, solo il cibo mi dava pace
e un ingannatorio surrogato di piacere. Era il rifugio dalla paura, la certezza,
il poter accogliere.
Il DCA quando è cronico, riempie completamente la vita, monopolizza
ogni pensiero, invade tutti gli spazi, soffoca ogni volontà...figuriamoci
se può lasciare un posto vuoto per Dio!
Ecco allora che tutto questo ingombro impedisce la circolazione dell’amore,
la possibilità di assumere dentro di sé anche le altre e gli
altri, ed è anche per questo che io faccio molta fatica a entrare in
relazione, a mantenere una corrente, un passaggio di sentimenti ed emozioni,
e che tenda invece a isolarmi.
Io in questa cosa del disturbo alimentare vedo molte cose che si rifanno al
discorso del posto vuoto di Dio; le mie associazioni di idee forse bislacche
mi convincono sempre di più che in fondo è segno del bisogno
di Dio la mia continua voracità, voracità feroce quasi come fossi
alla ricerca di quella cosa buonissima che, unico cibo al mondo, avrebbe potuto
vincere la mia fame insaziabile. In un certo senso cercavo Dio, ma nel posto
sbagliato.
Distorte associazioni di idee: nella comunione, il pane che ci viene offerto, è il “corpo
di Dio” che noi mangiamo; e poi, non si dice forse che “Dio è il
pane che sazia?”. Ancora il cibo, allora.
Niente come il cibo può illudere di aver trovato la soluzione, per questo
io credo che nel disturbo alimentare c’è anche una specie di arroganza,
una aspirazione alla perfezione sovrumana che si finisce per credere doverosa
e possibile, ma quella che si cerca è una rigidezza arida, lontana dall’essere
una tensione positiva al miglioramento. Si dimentica che amare Dio significa
anche essere umili, accettare di non potere – e nemmeno dovere – essere
perfetti.
Allora forse non è nemmeno il caso che siano soprattutto – quasi
esclusivamente – le donne a soffrire di questi disturbi; le donne con
il loro bisogno di amare ed essere amate.
Purtroppo non basta tutto il cibo del mondo a trovare Dio, anzi. Solo nei periodi
in cui sono stata meglio ho potuto pian piano sgomberare dall’ossessione
alimentare un posticino per Dio. Riscoprirlo è stato euforico quasi
come innamorarsi:… il percepire un frammento di vita vera.
Spinea,Gennaio 2007
Silvia Landi