Report di katia Ricci di Foggia

di Katia Ricci

Torreglia 21-22 /05/ 2016: “La differenza alla prova del mondo”

Adriana Sbrogiò dopo i saluti: E’ necessario progredire nella relazione di differenza, sapendo che c’è  qualcosa  di già esistente  che occorre mostrare. La differenza rischia di scomparire di fronte ai problemi e drammi attuali. Necessario ricucire i conflitti tra donne e ricreare la pace.

Laura Colombo: Molte le sfide alla differenza. Per esempio su FB sono stati inseriti 56 nuovi generi in cui riconoscersi con altrettanti pronomi più una casella vuota per esprimere liberamente il proprio genere. Così il genere è scollegato dal sesso e dal corpo e collegato a quello che si sente. Siamo molto oltre il genere e il post genere, siamo alla fluidità dei generi. I generi si sono liquefatti e tutto è indeterminato, infatti una delle caselle è agender, asessuato, neutro. E’ il superamento della distinzione binaria maschio/femmina. Un colpo di spugna passato sulla differenza sessuale. Certo gli stereotipi sessuali sono fonte di sofferenza e fomentano il bullismo. Sembra di essere incastrati tra gli stereotipi e la neutralizzazione dei corpi. Anche all’interno degli stereotipi ci può essere un’esplorazione di sé. A volte la differenza torna nelle forme più spiazzanti. Ad Abano un giornale riporta un articolo su bullismo e pornografia: bambini e bambine si scambiavano foto nude e insulti.

Nel fenomeno delle migrazioni emerge anche una cultura patriarcale, come si è visto a Colonia: da una parte tra le femministe c’è apertura, dall’altra timore di limitazione della libertà. La radicalizzazione dei conflitti peggiora la vita delle donne. La guerra impedisce la pratica della relazione. La politica dell’accoglienza che non tiene conto della differenza è cattiva politica.  E’ necessario vedere anche ciò che c’è già, per esempio il protagonismo femminile nelle comunità mussulmane. Nel film “E ora dove andiamo” si vede come le donne partono da una loro lettura del Corano.

Claudio Vedovati: il femminismo ha cambiato per me il mondo quando ha smesso di essere un pensiero e l’ho sentito dentro di me. Sento però che il senso della differenza può venir meno. Ci sono discorsi che tengono fuori il senso della differenza. La parola genere ha perso il senso della differenza. E’ facile fuggire nell’astrazione per fuggire le difficoltà di vivere. Tenere aperto il senso della differenza è una grande fatica. A me permette di essere in due, ma va messa alla prova del mondo e per questo ho pensato a delle immagini. Una  rappresenta l’archeologa Marie Reich che è su una scala per vedere  dall’alto  i geroglifici di Nazca. Mi ha colpito la misura utilizzata, la scala e la scopa: un modo di rimanere legata al corpo, alla realtà.  La seconda immagine è “Angelus novus”, un’opera di Paul Klee che ricorda Walter Benjamin. Non voglio avere lo sguardo dell’angelo disincarnato.  Poi c’è l’immagine di Aleppo distrutta che mostra le rovine come fosse il passato che l’angelo vede. Quando penso ai migranti a volte penso che loro cercano e spesso trovano quello che io cerco di avere. Mi mostrano il cambio di scala dello spostamento. Li invidio per il loro coraggio di andarsene perché stanno nel cambiamento. Vivo sotto il segno dell’impoverimento, nel senso che come maschio corro il rischio della miseria simbolica se perdo il senso della differenza che ha bisogno di legami sociali. Temo che la distruttività maschile prenda il sopravvento. Gli uomini temono che la caduta del patriarcato li esponga alla vendetta delle donne. La caduta del patriarcato senza il senso della differenza espone alla catastrofe.  Nel suo libro “Sottomissione” Houellebecq si mostra ambiguo, è come se anche nella forma della paura dell’Islam desiderasse che l’Islam riporti il patriarcato. La grande fatica è far posto all’altro. Luisa Muraro parla di passaggio in altro. Il senso della differenza può fare in tutti il passaggio in altro.

GianAndrea Franchi: La citazione di Angelus Novus mi ha fatto pensare che anch’io non ho accolto lo sguardo dell’angelo, ma sono andato nelle rovine (in Croazia, Palestina) e mi occupo dei rifugiati. Nella mia regione, dove arrivano corpi feriti, torturati e inermi, mi sento chiamato. Cerchiamo di creare isole di socialità in cui possa esserci scambio, anche se è difficile.

Anna Di Salvo: ho timore che possa venir meno il senso della differenza. Quando racconto in qualche scritto delle violenze che le donne rifugiate  subiscono durante la fuga, giovani donne mi chiedono di non scriverne.

Gianni Feronato: c’è rischio di lasciar perdere la differenza, che è centrale per la comprensione della realtà umana. Con i migranti abbiamo bisogno di esperienze di vita comuni e pratiche di convivenza.

Lia Cigarini: ventata di pessimismo sulle sorti della pratica di differenza. A Milano per  l’8 per cento l’occupazione maschile e femminile si sta equiparando e le donne stanno a livello medio alto. Il 27 per cento delle immigrate è nell’occupazione femminile. Le donne sono presenti nel lavoro autonomo. Una diceva che temeva che le donne potessero essere neutralizzate perché le donne fanno pochi figli e che l’avanzare della tecnologia cancellasse la maternità. Che cos’è questa improvvisa paura del venir meno della differenza? Luisa dice che di fronte alla catastrofe si rimpicciolisce la differenza. C’è una contraddizione forte: le donne milanesi lavorano a livelli alti perché ci sono le badanti. La differenza può affrontare la contraddizione.

Sara Gandini: sul lavoro uomini e donne si prestano alla filosofia del fare soldi. Altri scelgono il silenzio. Mi sottraggo sia al denaro che a fare la carriera e faccio ricerche indipendenti. Ma sul lavoro me lo impediscono. Quando il simbolico del mercato domina tutto, il silenzio è l’unica risposta. E’ stato detto di no a ragazze che volevano lavorare gratis.

Alberto Leiss: Mi ha sorpreso la paura della perdita della differenza. Dipende dalla situazione oggettiva e soggettiva. I drammi sono orrendi perché sono più vicini a noi. A me non sembra che la differenza sia occultata, a Colonia è esplosa. Se è vero che il protagonismo femminile procede, noi uomini che possiamo fare?

Ersilia Raffaeli: la fatica è grande ed è proporzionale alla consapevolezza della mia differenza. Lavoro sulla violenza maschile sulle donne. Dopo che le donne escono dal percorso sulla violenza diventano femministe.

Peppe Pavan. A Pinerolo partecipo a corsi di formazione per aiutare gli uomini a non  commettere violenza. Gli uomini devono curare gli altri. In un incontro elettorale in cui si poteva fare domande per iscritto ai candidati ho chiesto che cosa ciascuno pensasse della cultura patriarcale. Il coordinatore ha cestinato la domanda, dicendo che era particolare e che esulava dal “pinerolese “.

Luisa Muraro:  le cose si possono dire in tanti modi, per esempio forse Pavan avrebbe potuto chiedere come trattano le donne, invece di chiedere che cosa pensano della cultura patriarcale.  Adriana ha lasciato andare una collaboratrice alla quale non piaceva la sua insistenza sulla differenza. Bisogna cambiare modo di parlare, comunicare è un esercizio da fare per non usare etichette.

Pinuccia Barbieri: sento la necessità di trasformare le parole in passi avanti da fare.

Katia Ricci: la differenza la vedo e la tocco andando in un centro di accoglienza di migranti con altre della Merlettaia: sono quasi tutte donne, che come dice Gian Andrea sono corpi violati, fragili e quasi tutte violentate. Non vado per bontà o per solidarietà ideologica, ma per tenere viva la civiltà e per un incontro tra la mia e l’umanità di queste donne.  Tutte le categorie politiche saltano di fronte a questo fenomeno. Queste donne scappano da guerre, miserie e violenze come tutti, ma in più anche da violenze specifiche in quanto donne, matrimoni forzati e stupri. In più anche quando vengono in Italia devono difendersi da uomini che come avvoltoi stanno intorno al centro pronti a prostituirle. Due donne mi hanno detto che non escono mai dal centro perché ci sono bad men.

Domenica mattina

Marco Deriu: Ritorno alla questione del rapporto tra migrazione e differenza. Ci sono vari rischi: il primo è di perdere il tema della soggettività e appiattirla sull’identità culturale, sia per eccesso di interculturalismo, sia perché se si insiste sui diritti e sulla libertà occidentale, non si vede l’altro.

Secondo: bisogna tener conto che le contraddizioni sono in processi ampi. Tra i cooperanti molti vanno con le prostitute e fanno scambi tra aiuti e sesso.

Le rappresentazioni delle donne del sud del mondo sono stereotipate e non compaiono gli uomini. Nei progetti che riguardano l’acqua e il cibo non ci si pone il problema della differenza. La globalizzazione distrugge l’economia di sussistenza, e quindi anche i rapporti uomo/donna, il turismo sessuale è in espansione, così come la tratta della prostituzione.

Riguardo alla questione di come concepiamo le relazioni, compassione, paternalismo, passivizzazione, di uomini e donne, la mia pratica è uscire dalla mentalità dell’aiuto e mettersi sullo stesso piano per il confronto, la riflessione e farsi attraversare dallo sguardo degli altri.

Laura Minguzzi: parla del conflitto con Anna Di Salvo e le altre della rete delle città vicine.

Letizia Paolozzi: Io sono ottimista. Se la differenza si chiude nel femminile è poco dicibile. Alla società maschile conviene registrare il cambiamento. Claudio ha parlato della fuga come tentazione, Gianni vede ostacoli, le donne si difendono dai maschi dominanti. E’ fondamentale vedere le cose positive insieme alle difficoltà. La casa editrice Il Saggiatore fa incontri sulla cultura: su sei incontri non c’è una donna.

Si sente poco la voce delle donne arabe, solo alcune intellettuali hanno parlato. Per il resto risulta che o il corpo femminile è o da proteggere o è oggetto di violenza. Per ricucire la pace nelle relazioni, i conflitti vanno nominati.

Luciana Tavernini: nei conflitti mi aiuto con il lavoro artistico e con la relazione con l’altra, cercando di mantenere relazioni vive, in presenza con chi si ha conflitto.

(Riprendendo l’intervento di Sara) se ci facciamo pagare lo straordinario, rimpiccioliamo l’eccedenza del lavoro, accettando la logica del neoliberismo. Il valore del tuo lavoro non va misurato dal denaro. La lotta sul linguaggio è dura e continua, ma non deve essere ideologica.

Anna Potito: ho difficoltà ultimamente a prendere la parola perché sento retoriche le parole. Cucire le ferite, ha detto Adriana Sbrogiò, noi alla Merlettaia lo abbiamo fatto e ne  abbiamo organizzato anche la mostra del Kintsugi. Il conflitto tra noi ci ha addolorato perché è immiserente ed è diventato anche conflitto economico. Ma la crisi è diventata anche opportunità. Ci siamo ritrovate, ognuna arretrando e così il disagio è diventata una forza. I conflitti del mondo sono difficile da sanare, ma occorre ritrovare la ricchezza dell’altro. Una donna africana che ha partorito ad Emmaus non voleva allattare il figlio perché voleva dargli il latte in polvere degli occidentali, pensando che fosse migliore del suo.

Sara Gandini: nella  ricerca sui farmaci si fa speculazione, ma le pratiche politiche l’aiutano a non deprimersi e a capire l’altro.

Luisa Muraro. Si combatte quando hai relazioni. Anni fa con Chiara Zamboni avevo avviato il movimento di autoriforma nell’Università, che Vita Cosentino ha ripreso nella scuola. Oggi comandano i soldi.  Bisogna portare avanti l’idea potente di una soggettività, di cui la ricerca scientifica deve farsi carico. Dobbiamo porre un fine alla neutralità della scienza. Gli scienziati portano la responsabilità in prima persona. Bisogna inserire corsi di economia nella scienza medica per far capire come funzionano i farmaci.

Donatella Franchi: spiega l’immagine del mappamondo a forma di cuore che è nell’invito e del rapporto con le donne che hanno curato la madre, mette in evidenza il coraggio delle donne migranti, con cui il rapporto è stato anche difficile, ma da loro ha imparato che siamo tutti connessi, per esempio il fatto che una avesse il marito in Afganistan e che era quasi impazzita si ripercuoteva nel suo quotidiano: “Il mio modo di rapportarmi ha fatto leva su quello che mi potevano insegnare”.

Franca Fortunato: Non c’è da essere né ottimisti né pessimisti. Non ci sono solo quelli che respingono i migranti ma anche quelli che accolgono, c’è un’altra Europa, come è venuto fuori dal   convegno di Roma delle Città Vicine a partire da esperienze pratiche. Da queste esperienze ci deve venire la forza, altrimenti tutto è annullato dal neoliberismo. Oggi è messa in gioco la nostra umanità e la nostra civiltà. Una parte di mondo tiene viva l’umanità, mentre i luoghi di permanenza e di accoglienza sono spesso disumani. Ma ci sono anche luoghi di umanità e di convivenza come Riace, dove residenti e migranti si aiutano insieme e questi ultimi hanno rivitalizzato il paese. Bisogna ricucire i conflitti, ma vanno nominati e c’è da fare la prevenzione dei conflitti.

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Nota – Mancano diversi interventi e quelli riportati sono parziali, sono il risultato di appunti. Nella stesura degli Atti si potranno leggere tutti i testi trascritti integralmente.

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